Non c’e nessuno dietro il suicidio  di Tiziana Cantone (sostengono i giudici)  Ma noi non vogliamo dimenticarla

È l’epilogo giudiziario che ci si aspettava: l’inchiesta era rimasta sempre contro ignoti, e la stessa Procura ne aveva chiesto l’archiviazione. Come del resto è stato per l’altro procedimento aperto a Napoli sulla base della denuncia che Tiziana Cantone fece quando scoprì che i suoi video erano finiti online. Fornì ai magistrati i nomi di cinque uomini – conosciuti attraverso i social – ai quali lei stessa aveva inviato i file contenenti le immagini, indicandoli come i possibili responsabili della diffusione in Rete di scene che sarebbero dovute invece rimanere private. Sono stati tutti prosciolti e se Tiziana Cantone fosse viva, oggi sarebbe indagata per calunnia nei confronti dei suoi cinque amici virtuali, come è indagato il suo fidanzato, che l’accompagnò a fare la denuncia e secondo i pm le suggerì di fare quei nomi.

Se di tutta questa vicenda contassero solo i risvolti giudiziari, la storia sarebbe finita qui. Nessun responsabile per la diffusione dei video e nessuno anche per la tragica scelta finale di Tiziana. Del resto l’induzione al suicidio è un reato complicatissimo da portare in giudizio, e tracciare i percorsi di ciò che finisce in Rete è ancora più complicato, in un caso come questo forse tecnicamente impossibile.

Ma quella di Tiziana Cantone, in realtà, non è una storia di cronaca giudiziaria, come non lo è quella di Michela Deriu, la ventiduenne di Porto Torres che si è suicidata il mese scorso, anche lei dopo la diffusione di alcuni video che invece dovevano rimanere privati. In quest’ultimo caso ci sono degli indagati, sono emersi ricatti, una rapina: tutti elementi che potrebbero portare l’inchiesta verso un esito diverso rispetto a quella di Napoli.

Ma il punto resta comunque un altro, perché c’è una cosa che non è perseguibile per legge: l’assenza di rispetto. Che si sia trattato di incoscienza, superficialità, esibizionismo, voglia di trasgressione, qualunque sia stato il motivo che ha spinto quelle ragazze a lasciarsi riprendere, l’unico prezzo che avrebbero dovuto pagare, peraltro consapevolmente, era l’esposizione della propria intimità. Loro invece hanno pagato con ciò che non ha prezzo.

E se la verità processuale stabilisce che non ci sia stato qualcuno a indurre Tiziana Cantone a uccidersi, la realtà è che la ragazza si è ammazzata perché non è riuscita a reggere il peso della sua vita per come era cambiata dopo quei video. E quei video appena tre mesi fa erano ancora online sui siti porno, e probabilmente lo sono ancora.

Vengono i brividi a pensare che qualcuno possa eccitarsi guardando le immagini di una ragazza che oggi non c’è più, ma evidentemente accade. E l’unico modo per impedirlo è rimuovere quei video dal web. Sarebbe quell’atto di rispetto di cui Tiziana Cantone ha diritto. Almeno di quello.

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