Sci, ecco «Highlander» Svindal: «Gli infortuni mi hanno reso più forte»

Ha vinto nel luogo in cui nel 2007 ha rischiato di morire a causa di una brutta caduta che le ha squarciato una coscia: che cosa si prova?
«Beaver Creek per me rimane un luogo speciale in un senso e nell’altro. Ma i ricordi positivi sono più numerosi di quelli negativi».

Prima dell’incidente a Kitzbuehel, nel gennaio 2016, lei non aveva rivali: è stato uno dei momenti più brillanti della sua carriera. Siamo alle soglie di un nuovo periodo dominante?
«No, semmai è vero il contrario: sto vivendo una fase dura della carriera. Non sono in grado di sciare come qualche anno fa: per essere davvero dominante avrei bisogno di allenarmi al meglio ogni giorno».

Quattro grandi infortuni, quattro ritorni: questo è il più duro?
«Sì, di gran lunga. Perché? Perché so già che non riuscirò a recuperare al cento per cento. Non c’è niente da fare: un ginocchio danneggiato è il peggio che possa capitare a uno sciatore».

Com’è cambiato Aksel Lund Svindal come sciatore e come personaggio pubblico?
«Preferisco che siano altri a dirlo, anche se mi rendo conto di avere più esperienza e di aver imparato molte cose non solo nello sci ma nella vita in generale. Come sciatore sono più rilassato: cerco di godere della grandezza dello sport, di non preoccuparmi della politica, di avere una vita tranquilla. L’uomo Svindal, invece, ha 15 anni in più rispetto alla stagione d’esordio: quindi è più saggio. Il personaggio? Mah, adesso sono coinvolto in una serie di società come componente del board o azionista e fondatore: anche questo crea attenzione da parte dei media».

Un gruppo piccolo, ma zeppo di talenti: questa è la Norvegia dello sci. È ancora il segreto per vincere?
«Siamo un team compatto, passiamo molto tempo assieme. Sì, è una buona ricetta perché i più giovani imparano dai veterani e se hanno un vero talento raggiungono alla svelta l’alto livello. Confermo: piccolo è bello; o less is more, se preferite».

La rivalità nella squadra è un modo per spingervi l’un con l’altro o per essere buoni amici?
«La rivalità è di base negli allenamenti: chi corre più veloce, chi solleva più chili, chi vince le sedute di sci. Ma allo stesso tempo si rimane buoni amici».

I Giochi 2018 sono il principale e unico obiettivo della sua stagione?
«L’Olimpiade è il massimo, ma siamo fortunati ad avere una Coppa del Mondo d’alto livello: voglio vincere pure lì».

I Giochi 2018 destano preoccupazione per le scintille tra Usa e Corea del Nord: alcuni Paesi, come Francia e Germania, minacciano di rinunciare. Che cosa si dice in Norvegia? Lei che cosa ne pensa? Crede che ci saranno problemi di sicurezza?
«Ho fiducia nel mio governo e nelle decisioni che adotterà: non sono preoccupato, almeno fino al momento in cui dovrò salire sull’aereo e partire…».

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Lindsey Vonn si è schierata contro Donald Trump: ha fatto bene?
«Come tutti noi ha espresso la sua idea: è giusto averla, soprattutto se di mezzo c’è un personaggio come Trump. Lindsey è in una posizione forte per parlare e non ha paura di dire quello che pensa. Ed è anche normale che ci siano persone che sul presidente degli Usa hanno una visione differente».

Se ripensa al giovane Aksel Lund che debuttava nello sci, ha la sensazione di aver ottenuto tutto dalla carriera o che, al contrario, le manca qualcosa?
«Da ragazzo non avrei mai immaginato di vincere così tanto nella Coppa del Mondo: mi bastava battere i coetanei. Per cui sì, ho ottenuto più di quello che speravo».

Nel mondo dello sci qualcuno dice che lei era perfino più popolare quando era fidanzato con Julia Mancuso…
«Se ne dicono tante…».

Julia aveva un carattere troppo turbolento per un uomo calmo come lei, un vero nordico?
«L’unico, vero problema era che tra la Norvegia e le Hawaii ci sono 12 fusi di differenza…».

È vero che dell’Italia ammira in particolare Christof Innerhofer?
«Non solo lui, anche Fill, Paris e un ragazzo come Manfred Moelgg perché è d’esempio il modo in cui si è rimesso da vari infortuni ed è tornato forte».

L’Italia non sta avendo grandi risultati in questa stagione, sia con gli uomini sia con le donne.
«Aspettiamo. Credo che la squadra maschile della velocità sia pronta a scalare i podi. Quanto alle ragazze non so che cosa dire: ma sono un gruppo bello e molto “cool”, vederle andare forte fa bene allo sport. Spero dunque che arrivino le soddisfazioni per loro».

Le diamo la possibilità di togliere alcuni anni dalla sua età: quanti ne cancella?
«Annullerei gli ultimi 4 anni, per tornare ai 30 di età. Così non mi schianterei a Kitzbuehel e mi divertirei un bel po’. D’altra parte penso che ogni esperienza aiuti: è stata una grande sfida riprendermi da quel grave infortunio. Ci ha guadagnato pure l’uomo ed è stato grazie a quello stop che ho avuto modo di occuparmi di affari e di investimenti».

Bode Miller si ritira: che cosa vuole dire su di lui?
«È un grande sciatore e ha una grande personalità: aveva un tocco di “rock ‘n roll” nella sciata, qualcosa che non si vedrà più per un bel po’ di tempo».

Bode Miller, Hermann Maier e lei. Vogliamo scegliere il numero uno della velocità nello sci degli ultimi 20 anni?
«Mi fate un complimento. Ma vi state dimenticando di Didier Cuche: aggiungiamolo e avrete un quartetto di altissimo valore. Ma non credo sia possibile fare una classifica».

L’ultima domanda: i social network ormai comandano anche nello sport. È sicuro che sia il modo migliore per comunicare?
«Credo di sì, mi piace l’idea di poter dialogare con gli altri atleti e con i tifosi senza i soliti filtri mediatici. Ma la condizione è che chi li usa abbia il senso della responsabilità: proprio come chi scrive su un giornale, deve sapere che cosa scrive e come lo scrive».

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