«Sprecati soldi di tutti» Il mistero delle 455 partecipate con più manager che dipendenti

Fondi fuori bilancio

Segnala la Corte, ad un Parlamento in questi giorni impegnato su altre materie, che esistono diversi campanelli di allarme, per usare un eufemismo: in Lombardia, Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Veneto e Campania, praticamente in mezzo Paese, ed anche nella sua parte più ricca, «la concentrazione di funzioni in capo ad una o massimo due società di indirizzo e controllo» è tale «da far assumere alla società un ruolo gestionale alternativo alla stessa Regione, con utilizzo fuori bilancio di rilevanti risorse e sostanziale svuotamento delle competenze del Consiglio regionale». È il caso di società in house totalmente partecipate che di fatto sono diventate «tesoriere della Pubblica amministrazione, ma ponendosi fuori dalla disciplina di finanza pubblica», con l’«uso diretto e spesso privo di controllo, di ingenti risorse anche legislativamente destinate ad altri scopi».

I casi di Liguria e Lombardia

Insomma è come se in queste Regioni società che gestiscono «fondi strategici, provenienti anche da programmi nazionali e comunitari, capaci di incidere in interi settori economici e di governare la quasi totalità del bilancio regionale non sanitario» non rispondano più al Consiglio regionale, dunque alla regola basilare del controllo. «Intaccando le competenze, anche programmatorie, della Regione». La Corte si sofferma fra gli altri sui casi di Finlombarda spa e Filse spa, in Liguria, segnala anche i progressi, lenti, del processo di razionalizzazione deciso dal governo nel 2014, ma in un contesto di inefficienze e persino di anarchia istituzionale, con 1658 enti pubblici che non hanno nemmeno risposto alle richieste di presentare un piano di razionalizzazione delle partecipate. Un esempio sui tanti citati dai giudici: la Valle d’Aosta «aveva programmato 71 milioni di risparmi e la dismissione di 10 società», ma «ha finora realizzato solo 539 euro»!.

Senza gara 9 casi su 10

Ma non è finita: il contesto è anche quello di una concorrenza inesistente. Grazie anche, e per una volta purtroppo, verrebbe da dire, alle norme della Ue, che lo consentono, il 94% degli affidamenti di incarichi è in house, cioè diretto, senza gara. Ma l’affidamento di un servizio senza gara deve essere a favore di società interamente pubbliche, controllate dall’ente, segnale la Corte, e invece la normativa verrebbe aggirata a valle «con l’uso di collaborazione esterne». In oltre 350 pagine di analisi appaiono anche, in Campania, «gravissime carenze informative», mentre nella stessa Regione si pagano società partecipate per «fatturazioni che non compaiono nel bilancio regionale», che a loro volta generano debiti e poi contenzioso. Mentre solo in Sicilia, nel 2017, il 93% dei Comuni delle province di Enna, Siracusa, Trapani, Caltanissetta non ha inviato il piano di razionalizzazione delle partecipate previste per legge. Conclusione: anche questo stato di cose produce debiti che al momento ammontano a 108 miliardi, ma per fortuna del Mef non vengono calcolati nel debito pubblico. Per il 70% sono contratti da partecipate del Nord Italia.

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