Stato-mafia, l’atto d’accusa della procura. “Ecco i rapporti fra i boss e le istituzioni”

Stato-mafia, l’atto d’accusa della procura. “Ecco i rapporti fra i boss e le istituzioni”
L'aula bunker dell'Ucciardone, dove si sta tenendo il processo "Trattativa Stato-mafia" 

Inizia la requisitoria dei pubblici ministeri nel processo “Trattativa Stato-mafia”, proseguirà sino a fine gennaio. Sentenza, probabilmente, in primavera

di SALVO PALAZZOLO

“Questo processo riguarda un momento importante della storia del nostro paese”, esordisce il pubblico ministero Roberto Tartaglia. “Questo processo riguarda i rapporti indebiti fra Cosa nostra e alcuni esponenti delle istituzioni”. Nel 1992, con il delitto dell’eurodeputato Salvo Lima e poi le stragi, i mafiosi “volevano vendicarsi, ma anche inviare un messaggio di ricatto al governo e alle istituzioni, Cosa nostra cercava la mediazione”. Tartaglia cita le parole del capo di Cosa nostra Totò Riina intercettate in carcere qualche anno fa: “Io al governo gli devo vendere i morti”. E poi spiega perché in questo processo sono sotto processo non solo i mafiosi (Riina, Brusca, Bagarella), ma anche alcuni esponenti delle istituzioni: l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e gli ufficiali del Ros, i generali Antonio Subranni, Mario Mori, e il colonnello Giuseppe De Donno.
 
“Dell’Utri ha fatto da motore, da cinghia di trasmissione del messaggio mafioso”, dice il pubblico ministero. “Gli uomini del Ros hanno fatto invece da anello di collegamento fra Cosa nostra e le istituzioni”.
 
Inizia così l’atto d’accusa dei pubblici ministeri Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Francesco Tartaglia nel processo “Trattativa”.
 
“Al di là della retorica affermazione della linea della fermezza, in quella stagione è emersa un’altra verità: una parte importante delle istituzioni è stata spinta da esigenze personali, politiche, egoistiche, da ambizioni di potere contrabbandante da ragion di Stato”. Il pubblico ministero Tartaglia non usa mezzi termini per definire l’operato degli ufficiali del Ros che nella stagione delle stragi intrattennero un dialogo segreto con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino: “Hanno violato ogni regola e ogni principio, operando una mediazione con modalità occulte”. E ancora: "Mori e De Donno hanno mediato tra Cosa nostra e pezzi dello Stato con modalità occulte e hanno garantito a Vito Ciancimino e altri esponenti delle istituzioni che la trattativa proseguisse, tenendo fuori l'autorità giudiziaria e creando una zona franca dai principi dello Stato di diritto. Le regole sono state sospese con risultati disastrosi".

"Il comportamento degli ufficiali ha realizzato due obiettivi storici di Cosa nostra – prosegue Tartaglia -: aumentare la forza dell'organizzazione mafiosa e addirittura confermare e orientare la volontà di Cosa nostra di attaccare lo Stato frontalmente. Hanno orientato perfino la scelta degli obiettivi da colpire che nel tempo sono cambiati rispetto a quelli iniziali. Non più politici ritenuti traditori come Lima e Mannino, ma obiettivi come

quelli di Roma, Firenze e Milano che rispondevano meglio alla logica di quella mediazione: aumentare l'allarme sociale". Il pm citato le parole del pentito Gaspare Spatuzza che ha raccontato di quando, sfogandosi con il boss Giuseppe Graviano, disse: "Ci stiamo portando morti che non sono nostri", riferendosi alle vittime delle stragi nel Continente. "Graviano mi rispose: è buono, così quelli che si devono muovere si danno una smossa".
 

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