Flat tax e canone Rai  le promesse impossibili

Cari lettori, La campagna elettorale è sempre il tempo delle promesse, e questo non ci deve scandalizzare. L’impressione è che i partiti siano perfettamente consapevoli che si tratta di promesse impossibili da realizzare; al punto che probabilmente non soltanto l’elettorato, ma neppure gli stessi leader vi prestano davvero fede. C’è qualcuno che crede seriamente che il Pd voglia abolire il canone Rai, distruggendo l’azienda? C’è qualcuno che pensa davvero che il centrodestra introdurrà un’unica aliquota Irpef, magari al 15% come promette la Lega? Il contratto con gli italiani del 2001 prevedeva una riforma molto più realistica: due sole aliquote, al 23 e al 33%. Se non è stata realizzata quella, perché dovrebbe essere realizzata questa?

La Costituzione oltretutto prevede la progressività delle imposte: più si ha, più si paga. È vero che le aliquote sono troppo alte, e disboscando la giungla delle esenzioni e delle spese scaricabili si potrebbero recuperare risorse. Però l’impressione — ricavata anche dalle vostre lettere — è che, più dell’Irpef, siano considerate troppo alte semmai le imposte sui rifiuti, sulle seconde case, sulle auto; forse anche perché l’Irpef non fotografa la ricchezza degli italiani ma quella dei lavoratori dipendenti, mentre gli autonomi sono tartassati in altro modo. Resta valida una legge generale: chi propone un taglio di tasse, dovrebbe indicare in modo specifico la copertura. Come si finanzierà la Rai senza il canone? Come si trovano le risorse per la flat tax? Chi paga il reddito di cittadinanza? In mancanza di chiarimenti seri, si perde il diritto di lamentarsi per l’astensione.

Caro papà, alla bella età di 65 anni suonati, ho deciso di percorrere le strade da te battute come prigioniero Imi in Polonia. Non sono stata nei campi della tua prigionia e non ho patito il freddo di cui ogni tanto parlavi, ma ho visto questa bella nazione e ho immaginato che anche tu, durante le estenuanti marce, ti eri soffermato a guardare il limpido cielo polacco dopo gli scrosci di pioggia improvvisi e brevi. Con il trascorrere degli anni, ho imparato a capire quel velo di tristezza che ombrava i tuoi bellissimi occhi celesti, ma niente riusciva a minare la tua innata eleganza, la tua cultura umanistica coltivata prima al liceo di Altamura, poi all’università di Padova. Te ne sei andato a soli 63 anni ucciso da un cancro devastante, nel lontano 1975. Non hai mai chiesto nulla allo Stato, sicuro di aver fatto la cosa giusta quando hai risposto ai tedeschi: «Un ufficiale di Casa Savoia giura una volta sola». Noi figli non abbiamo goduto di nessuna agevolazione; però, a distanza di tanti anni, l’unica tua figlia femmina ha deciso che un riconoscimento lo dovevi avere e, fatta la domanda, hai ricevuto il 27 gennaio 2016, presso la Prefettura di Barletta, la medaglia d’onore alla Memoria. L’ha ritirata uno dei tuoi 8 nipoti, il più giovane di quelli che portano il tuo nome ed ha studiato giurisprudenza come te. Tu eri sempre così schivo: spero l’abbia presa bene!
Tua figlia Maria Vincenza

  • Enrico Mancini, mancini_enrico@yahoo.it;
  • Riccardo Catola D. Zarro Delio L.
  • Fernando Aiuti, prof. emerito Università «Sapienza» di Roma;
  • Tutte le lettere

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