«Io nata sotto un ulivo mentre tutto tremava, ora sono ostetrica»

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Cresciuta in una baracca

Sarà lei, sposata e mamma di due ragazze, a consegnare una targa ricordo al comandante della Legione Carabinieri Sicilia Riccardo Galletta, in memoria dell’appuntato Nicolò Cannella. Uno dei soccorritori caduti per salvare altre vite, come accadde a quattro Vigili del fuoco. E a quegli uomini va il pensiero di questa mascotte del terremoto, poi cresciuta in baracca: «Una vita di stenti senza più potere tornare nelle nostre case crollate, senza una vera per tutta l’infanzia… Segnata da questa coincidenza. Io nascevo e tanti morivano. Anche per questo ho voluto fare l’ostetrica, per contribuire a dare vita. E in reparto, all’ospedale dei bambini di Palermo, seguo soprattutto i bimbi affetti da patologie complicate, da fibrosi cistiche, unico centro regionale nell’isola».

Come in un film

Sua madre, Mamma Concetta, è morta due anni fa, ma il racconto di quella notte, «tante volte ripetuto negli anni sin da quando ero piccina», è scolpito negli occhi di Antonella Stassi come se avesse partecipato a tutte le sequenze di un film: «Le prime scosse forti si sentirono nel pomeriggio del 14 gennaio, quando mia madre cominciava a sussultare per le sue doglie. Mio padre era in campagna, ad accudire le pecore, ignaro di tutto. E così furono altri parenti ad aiutarla a lasciare la casa del paese, a correre in quella di campagna, dalla zia Maria. Ma non era sicuro neanche quel casolare e, nella notte, tornato mio padre, decisero che il parto si facesse all’aperto, mentre nevicava, sotto l’ulivo, su una rete, riscaldando l’acqua con la legna, nello stesso pentolone usato per bollire le uova e sfamare la famiglia».

Un’ora prima della scossa

Il primo vagito echeggiò un’ora dopo mezzanotte. Un’ora prima della scossa più devastante del Belice. E, mentre tutti correvano cercando di capire quanti erano rimasti sotto le macerie, protetta malamente dall’ulivo e dagli ombrelli, Mamma Concetta accarezzava la sua Antonella raggomitolata in una scatola di cartone, «la mia prima culla». Lo dice pensando agli anni in baracca: «Fino al mio quattordicesimo compleanno», racconta ora l’ostetrica, «quando mio padre con poveri risparmi e con un contributo di appena 18 milioni di lire riuscì a tirare su la casetta di una nuova vita».

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