Politica e parolacce, se il presidente sdogana la «shit»

C’è una cosa che Trump non vuole (o non è in grado di) insabbiare, più delle «volgarità» che escono dalla sua bocca e via Twitter? Una strategia, più che una debolezza. Un modo per dire alla base dei suoi elettori: sono uno di voi. Perché stupirsi? Fu proprio il Washington Post, all’inizio della campagna elettorale, a contare le volte (più di 100) che il magnate aveva usato certe parole pubblicamente: «shit», «fuck», «ass», «asshole». Sugli altri candidati The Donald vinceva a mani basse. La preferita: «asshole» (str…), la meno usata: «shit».

Facendo crasi di entrambe, con quei «buchi» di mondo che appaiono opposti a una supposta sconfinata grandezza, ecco «shithole». La più cliccata di queste ore. In confronto, fanno sorridere le intemperanze verbali di Obama presidente quando definiva il rivale Mit Romney «bullshitter», «uno che dice stronzate». I fuorionda di George W. Bush che chiamava «asshole di prima grandezza» un reporter ostile. Prima di Trump, il presidente più «scurrile» e registrato della storia fu proprio Nixon, che a porte chiuse definiva i messicani «disonesti» e gli italiani «svitati», mentre i neri vivevano «come un branco di cani» e «San Francisco era piena di checche».

Naturalmente, non sono le volgarità la violenza più grande. Non si lascia andare a parolacce Trump quando dice: «A che servono questi haitiani, cacciamoli via». E fa pensare la reazione in video di Phill Mudd della Cnn, che avendo sangue irlandese e italiano nelle vene si vanta di essere un «proud shitholer». Orgoglioso di provenire da «Paesi di m…». Forse saranno i norvegesi, che Trump vorrebbe più numerosi sui lidi Usa, a sentirsi più a disagio di tutti.

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