‘Achille Tarallo’, la nuova sfida di Capuano. “Izzo e Celestini per raccontare il cialtrone che è in tutti noi”

Un uomo del popolo che fa l’autista dei mezzi pubblici, ma che non rinuncia all’amore e a cantare. Un napoletano che, anatema, detesta il suo dialetto. E traduce in italiano i grandi classici della melodia partenopea. Antonio Capuano s’innamora di un personaggio insolito e torna al cinema con la sua prima vera commedia, Achille Tarallo, irregolare, scanzonata, poetica, ma non lontana dalla sua radicalità di cineasta fuori dal coro. E punta su due attori che solo a un amato “anarchico” autore italiano poteva venire in mente di accostare, riuscendo a farli – e a farci – sorridere: Biagio Izzo e Ascanio Celestini.

Biagio Izzo è Achille Tarallo, il protagonista che dà li titolo al film, l’altro è un manager sconclusionato, con loro c’è il cantante e attore Tony Tammaro. Dietro, in essenza, spunta un desiderio di racconto napoletano testardamente quotidiano, che il regista conferma e spiega. Una luce di città con la sua vita impastata di leggerezza e incoerenza, il temperamento di un popolo scaltro, mutevole, anche (auto)ingannatore e nonostante tutto genuino che non diventa colore.

Prodotto da Luciano Stella, fondatore della napoletana Mad Entertainment, e da Carolina Terzi per Skydancers – le due società che hanno voluto il piccolo miracolo di Gatta Cerenentola, il cartoon che ha già stregato Venezia 74 e si sta giocando l’Oscar 2018 come miglior lungometraggio d'animazione – la storia di Capuano è tutta ambientata in un quartiere periferico, ma “medio”. Uno sgambetto irriverente a tutte le visioni di città tagliate con l’accetta e raccontate di recente. Una sfida, beninteso, perfino involontaria da parte dell’autore di film durissimi e sensibili, da Vito e gli altri (Nastro d’argento al miglior esordiente), che rivelò un erede della testimonianza che sta tra Pasolini e De Sica, a Pianese Nunzio fino a Luna rossa e a La guerra di Mario. Storie con cui Capuano aveva anticipato il nodo delle lacerazioni familiari e affettive, le trasformazioni delle mafie in dinastie borghesi e, prima ancora, ben venticinque anni fa, il reclutamento dei ragazzini come Vito, slacciati da ogni nucleo, e quindi assoldati: dalle gang, dalla camorra, dalla sete di potere e identità senza movente e strategie. Storie della Napoli di questi giorni: con Arturo, 17enne, ferito con 20 coltellate, Luigi a 14 anni raggiunto da un colpo alla testa, senza neanche un pretesto.

 

Capuano, chi è Achille Tarallo, come lo definirebbe?

 “Un uomo medio, ecco. Un po’ fesso, un po’ buffone, un po' farfallone anche, come ce ne sono. Anzi, come siamo tanti. E’ un autista all’Anm, l’azienda napoletana mobilità, marito e padre di tre figli”.
 

Parliamo dell’azienda al centro delle proteste, dei bus che non passano mai.

“Sì, ma non è quella aziendale il tipo di crisi che mi interessava raccontare. Questo autista ha una spiccata passione, in lui quasi patologica, per la canzone e per il cantare: nonostante lo scarso talento e le contestazioni accanite di tutti. Però lui non sembra farci caso e, insieme a un 'compare' che scrive canzoni e l’aiuto di un terzo strano tipo, riesce in qualche modo a 'esprimersi' cantando ai matrimoni”. 
 

La sua è una storia d'amore? O di libertà ? Cosa l’ha catturata?

”Non lo so, direi che è soltanto una più o meno rocambolesca, banale, umanissima storia: un tentativo d’evasione dal tran-tran quotidiano. Infatti canta La vita, qualche volta è una prigione, basta un poco d’evasione, pe’ te fa tornà a campa’. Mi ha catturato, come dice, sì. Perché mi interessa l’uomo comune: quello qualunque, il cialtrone che è dentro di noi. Achille Tarallo siamo noi”.
 

Un personaggio che detesta chi parla in napoletano. Canta i nostri classici ma traducendoli. Perché? È stufo del sovrapprezzo del folklore?

“Achille, più del dialetto, detesta la 'canzone napoletana'. Ma come si può, per esempio, detestare una donna che, puttana, si offre a cani e porci: pura gelosia. Qualche volta è disposto ancora a riconoscerla, se vestita con abiti nuovi e puliti. E la considerazione,  di conseguenza ricade sul dialetto stesso. Lui pensa che sia una lingua col vestito perennemente imbrattato, inzevàto diciamo a Napoli, sudicio, sporco: non si cambia mai. Allora quindi, lui ha giurato di parlare sempre, in italiano. La lingua de’ fiorentini”.
  

Com'è stato dirigere due attori diversissimi come Biagio Izzo e Ascanio Celestini?

“Facile. E’ sempre facile, mi crede?, lavorare con attori di talento. Creatività, continue invenzioni. E risate. Così anche con Tammaro”.

Ha un ruolo anche un cagnolino. Con cui il protagonista si confida. È un caso oppure a volte diventa difficile farsi capire dai simili?
“Si chiama Fred, detto 'freddo' perché ama il caffè freddo. Naturalmente è eletto principe della casa, come in tutte le famiglie che ne possiedono uno, e come sempre diventa il più affidabile interlocutore di chiunque abbia bisogno di confidarsi. Il confessore segreto, a cui si dice tutto: tanto non potrà mai spifferarlo in giro. Per Achille, forse è una forma terapeutica, il classico lettino dello psicanalista".
 

Cos’è per lei il cinema ? E qual è l'ultimo film, italiano o straniero, che le è piaciuto?

“Il cinema, diceva una eroina di Vito e gli altri, 'quando è bello è quello che finisce bello, e si danno tutti quei baci in bocca. E pure la musica è troppa bella. Ma quando finisce male, uno rimane male e dice che è tale e quale alla vita. Una latrina!'. L’ultimo film cosiddetto 'straniero' che mi è piaciuto è stato Happy end di Haneke. E  l’ultimo cosiddetto italiano, L'intrusa di Di Costanzo. Ma, devo dire, ho anche apprezzato alcune recenti performance di nuovi registi napoletani”.
 

A Napoli, anche il dibattito culturale non fa a meno delle tifoserie. Ora è la volta di Napoli velata di Ozpetek.

“Non sono un critico, non mi esprimo”.
 

Già che ci siamo: le è piaciuto?

“Non mi è piaciuto. Ma sono uno spettatore tra tanti, eh”.  
 

Lì sontuose case borghesi, Chiaia, Decumani, Posillipo. Lei gira a Fuorigrotta.

“Per forza. Gli interni di Achille Tarallo sono tutte cucine. Il frigorifero, i pensili, i pezzi vari. Con la moka sempre pronta e però l’accendigas che non funziona mai”.
 

Con Luna rossa e, prima ancora, con Vito e gli altri ha raccontato prima di tutti le metamorfosi del crimine e l'arruolamento dell'infanzia. Se dovesse raccontarlo, ora, da quale immagine o metafora comincerebbe? 

“Mi piacerebbe raccontarli nella loro intimità, questi ragazzi. Quando sono soli, quando vanno a letto e di notte non dormono, cosa chiedono, per esempio al padre, alla madre, ai fratelli e in che modo. Insomma, mi piacerebbe vederli nella loro tana, cioè, specialmente quando tremano”.
 

Dopo, non in azione.

“Sì, quando sentono freddo e piangono”.
 

Al di là delle singole opere e visioni, Napoli rivive un’oggettiva esplosione di letteratura e cinema. In tutto questo vive il corto circuito tra Gomorra vera, Gomorra fiction, il ruolo dell'arte. O delle sue imitazioni. Cosa tiene e cosa getta via? 

“Non butto niente. Un corpo sano è composto da tantissime parti. Dalle più nobili, diciamo, fino alle cosiddette 'sporche' o 'volgari'. Per stare in salute tutte devono poter funzionare alla grande. Ecco, io vorrei che il cinema, qua da noi, lo diventasse un corpo sano. A me per esempio piacerebbe più lavorare con la parte contenuta nella testa. Il pensiero. Ma poi, non è detto, perché anche sudare, puzzare, defecare, vomitare, mi sono necessari. Anzi indispensabili”.