“Europa e lavoro, il piano Pd costa solo 35 miliardi”

Su Repubblica di lunedì scorso, Roberto Perotti riporta proprie stime sui costi di finanza pubblica del programma del Partito democratico ("Nel programma del Pd un conto da pagare di 56 miliardi"). La cifra dell'autore non è esorbitante rispetto alla fiera delle promesse a ruota libera delle altre forze politiche ma è comunque superiore alle nostre stime, che si collocano intorno a 35 miliardi di euro per i prossimi 5 anni. Visto che per noi "buona politica" significa non prendere in giro gli elettori, faccio alcune precisazioni.
Affermare che il programma non ha coperture è fattualmente scorretto. Partiamo dalle differenze macroscopiche. Perotti stima in 12 miliardi il costo della riduzione strutturale del cuneo contributivo sul lavoro stabile. Ma, come scriviamo nel programma, la nostra proposta di riduzione di un punto all'anno per 4 anni riguarda i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti (post Jobs act). Il costo è di 290 milioni per il primo anno e raggiunge 1,8 miliardi solo dopo 10 anni.
Un'altra differenza macroscopica riguarda le regole fiscali in Europa. È a dir poco curioso prevedere costi di finanza pubblica per proposte di riforma della governance economica europea, che peraltro riguarderebbero tutti e non solo l'Italia. L'emissione di Eurobond sotto la responsabilità di un Ministro delle finanze europeo sarebbe un'emissione sovranazionale, a basso costo e presumibilmente con la tripla A. Un nuovo titolo di debito particolarmente sicuro e appetibile sul mercato.
Al massimo la compartecipazione dei singoli stati riguarderebbe la spesa per interessi. Alcuni investimenti produttivi e sociali potrebbero così essere finanziati a costi più bassi liberando i bilanci nazionali. I 18 miliardi stimati per il cosiddetto "ritorno a Maastricht" semplicemente non esistono.
Ci sono poi differenze di stima più contenute. Due esempi. La stima di Perotti di 1,9 miliardi per il riconoscimento di 80 euro mensili ai lavoratori autonomi è basata su una platea sbagliata, perché include tutti i soggetti Iva, anche enti e società non solo persone fisiche, e fa riferimento al volume d'affari, cosa ben diversa dal reddito. Il vero costo della proposta è di 1,3 miliardi. E poi il conto personale di formazione. La dote iniziale di 150 ore viene assegnata all'inizio della vita lavorativa a ogni nuova coorte per un costo totale di 870 milioni, non i 2 miliardi stimati da Perotti. Ma veniamo alla nostra strategia di rientro del debito al 100% del Pil in dieci anni. Una strategia che non ha bisogno di scenari macroeconomici da sogno, si basa su un avanzo primario che resta al 2% del Pil e ci consentirebbe di attuare una politica moderatamente espansiva nei prossimi anni (pari ad almeno mezzo punto di Pil), in quanto il 2% rappresenta un obiettivo "un po' meno austero" rispetto all'attuale quadro programmatico del Def. È proprio da qui che arriva parte delle coperture del nostro programma. Le restanti arrivano dalla riforma dei processi di spesa, della macchina statale e dal proseguimento dell'azione di contrasto all'evasione.
Capisco che vada di moda sparare contro la politica indiscriminatamente, ma la cartina di tornasole del nostro programma è esattamente quella di chiamarsi fuori dalla rincorsa a chi la spara più grossa. Con un programma di legislatura credibile e sostenibile. Non vendiamo sogni, ma non per questo rinunciamo al sogno di un'Italia che torna a crescere e riduce le diseguaglianze.

(L'autore è tra gli estensori del programma elettorale del Pd)

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