«La legge su Auschwitz?La Polonia ha sbagliato tutto»

«L’antisemitismo è in crescita ovunque in Europa, in modalità differenti. Nella versione più accettata si presenta come militanza anti-israeliana con i vari appelli al boicottaggio dello Stato ebraico, ma analizzandolo in profondità ci si scontra sempre con il vecchio nucleo antisemita. È una forma di xenofobia e come tutte le fobie ha un fondo irrazionale, impossibile da scalfire con gli strumenti della logica. Quanto al ritorno degli ebrei, oggi a Cracovia c’è una piccola comunità, tra le più vivaci del Paese, e i suoi giovani sono straordinari, ma temo che si tratti di un fenomeno residuale, perché la macchina di morte tedesca ha fatto il suo lavoro e il passato non si cancella».

Questa è sempre stata terra di frontiera attraversata da contaminazioni culturali. Il Paese che dice no all’immigrazione e si allontana dal resto d’Europa tradisce se stesso?

«Qualsiasi costruzione sociale che tenti di slegarsi dalle proprie radici è destinata a crollare. La Polonia non è mai stata una nazione monoculturale, come ad esempio la Francia moderna dove l’essere cittadino coincideva con l’essere francese. La chiusura attuale è anche frutto del veleno inoculato dal comunismo, effetto collaterale dell’omogeneità imposta nel Dopoguerra».

Il ripiegamento su identità etnicamente connotate è un tratto marcato in molte società occidentali. Quale ruolo vede per la Storia nelle nostre democrazie?

«La Storia ha sempre due possibili obiettivi, uno politico e strumentale che mira alla creazione di identità fondate sull’orgoglio nazionale, l’altro autenticamente scientifico che punta a riconoscere tracce, segnali e allarmi per costruire una responsabilità condivisa per il futuro. I due approcci entrano spesso in conflitto. Condanniamo il silenzio e l’inazione di chi non si oppose al male ad Auschwitz, ma i memoriali di domani denunceranno l’indifferenza sui Rohingya, il Sud Sudan, il Ruanda. In Europa abbiamo ridotto la guerra a retaggio del passato, ma in questo modo la Storia è diventata il simbolico campo di battaglia sul quale si affrontano comunità e Stati, talvolta ancora prigionieri di traumi non elaborati».

In questo campo di battaglia si colloca la legge sulla Shoah voluta dal governo nazional-conservatore, che vieta l’uso dell’espressione «campi di sterminio polacchi». Vista da Auschwitz, che senso ha questa norma?

«La consapevolezza storica non è e non può essere materia di legge, matura attraverso lo studio e la conoscenza. Ecco perché la politica deve restare fuori da luoghi come questo, e noi fuori dalle stanze della politica. Purtroppo la formula “campi polacchi” è stata molto usata dalla stampa internazionale, che altrimenti tende a definire i lager “nazisti” e non “tedeschi”. La logica geografica poi non vale in altri contesti — Guantánamo per fare un esempio recente si trova a Cuba ma naturalmente è “americana”. Nel merito, questa legge è scritta male ed è radicalmente sbagliata. Se si affrontano i diritti fondamentali come la libertà di espressione occorre essere chiari e concreti, interpellare tutti i soggetti coinvolti. Non è stato così».

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