E Brunetta diventa viticoltore: «Mi ripaga dalle amarezze, mi  sono pure indebitato»

Dal nostro inviato VERONA — Padiglione A, stand 44. È la postazione al Vinitaly del viticoltore Renato Brunetta. Offre un bianco e un rosso dal nome sacro, Mater Divini Amoris, dalla Doc Roma. «Vendo vino e non mi occupo dei teatrini della politica come Di Maio e Salvini», dice Brunetta, alla prima fiera da produttore. L’azienda si chiama Capizucchi, dalla famiglia patrizia che ha venduto la terra. «Un’azienda famigliare nell’agro romano — racconta il deputato-vignaiolo — ci lavorano i figli di mia moglie Titti, Dario e Serena Diana. Sono in produzione 12 dei 25 ettari a vigneto. Centomila bottiglie. Il rosso è un uvaggio di Montepulciano e Cabernet Sauvignon, affinato anche in botti di rovere usate per l’Amarone. Fra due anni sarà pronta una bollicina, assieme ad altri 5 vini».

Quanto ha investito?

«Mi sono indebitato fino ai capelli. Un atto di incoscienza, ma sono felice. Ho iniziato nel 2013, raggiungeremo il pareggio nel 2020».

Nel sito aziendale non c’è il suo nome. Perché?

«Ho voluto tenermi defilato, non sono Bruno Vespa».

Ha assaggiato il vino di Vespa?

«No, ma so che è un serio professionista nel giornalismo, lo sarà quindi anche nella produzione di vino».

E il vino di D’Alema lo conosce?

«Anche lui è uno serio e non ho dubbi sul livello del suo vino».

Come stanno andando gli affari al Vinitaly?

«Un grande successo».

Ha venduto bottiglie?

«Ho fatto il venditore ambulante per 10 anni con mio padre. Ho l’imprinting del venditore di strada».

Un Vinitaly affollato di politici, Di Maio e Salvini in testa.

«Non li ho visti. Ero occupato a fare selfie con i Brunetta lovers e a proporre il mio vino. Cose più serie delle loro baruffe. A Salvini e Di Maio dico: smettetela con i giochetti da Prima Repubblica, il Paese ha bisogno di serietà».

Domenica girava una battuta attribuita a Salvini: a Brunetta preferisco il Brunello.

«Gli rispondo, con altrettanta banalità: si Salvini chi può».

Come è diventato produttore di vino?

«Sono da sempre un appassionato di vino. Sono andato ad abitare a Roma Sud, vicino al santuario del Divino Amore. Uno dei proprietari dell’azienda mi ha venduto un ettaro di terra. Subito dopo i suoi cugini mi hanno offerto 28 ettari abbandonati. Una passeggiata al tramonto, tra i filari, ripaga di tante fatiche e amarezze».

Le vigne hanno un nome?

«La prima che ho piantato è dedicata a Vittoria, la nipotina, figlia di Serena. Le altre a Serena, a Titti, a mia madre Elena e a mia suocera Santa».

Il logo di Capizucchi cosa rappresenta?

«Una stella sulla spalla della Madonna del Divino Amore con i tralci di una vite, un messaggio di purezza e verginità. Ne traiamo ispirazione per il vino».

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