Mafia, chiuso il processo sulla «trattativa» Lo scontro prima della sentenza

«Questo processo non serve ad accertare un reato che nessuno ha commesso — ha detto il legale di Antonio Subranni e Mario Mori, numeri 1 e 2 del Ros tra il 1992 e il 1993 —, ma per mascariare(sporcare per delegittimare, ndr) gli ufficiali dell’Arma. Non è fondato su nessuna prova; è una vera persecuzione contro Mori per il quale si è arrivati a chiedere 15 anni di carcere, appena uno in meno del boss Bagarella. È un tentativo di ricostruire non la verità, ma la storia secondo un’impostazione politico-ideologica».

Parole dure pronunciate dall’avvocato Basilio Milio, forte delle assoluzioni definitive di Mori in due giudizi collegati, per la mancata perquisizione nel covo di Riina nel ’93 e la mancata cattura di Provenzano nel ’95. «Se Riina fosse ancora vivo avrebbe gioito di tutto questo, e io mi sono un po’ vergognato di essere italiano», ha aggiunto il legale. Al quale ieri ha risposto il pm Vittorio Teresi: «Non replichiamo perché la corte può già contare su un’ampia panoramica per valutare che l’accusa è provata e non è stata scalfita dalle argomentazioni delle difese. Le espressioni estreme e inopportunamente polemiche di alcuni difensori, che hanno travalicato la dialettica processuale, le rispediamo al mittente». Subito dopo Milio ha provato a smorzare i toni: «Se qualcuno si è offeso me ne scuso».

Scontro chiuso con l’onore delle armi, almeno fino alla sentenza che arriverà nei prossimi giorni e riguarderà anche un altro imputato «eccellente», l’ottantaseienne ex ministro dell’Interno (nonché ex presidente del Senato e vice del Consiglio superiore della magistratura) Nicola Mancino. Per lui l’accusa è di falsa testimonianza: ha negato quanto dichiarato dall’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, e cioè che il Guardasigilli si lamentò con lui che i carabinieri del Ros avevano agganciato l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Tuttavia il suo ingresso al Viminale a luglio del ’92 al posto di Vincenzo Scotti fu, secondo i pm, un passaggio fondamentale per ammorbidire il contrasto alla mafia dopo la strage di Capaci.

Mancino, che ha rivolto ieri un ultimo appello alla corte, ha sempre negato: «Il mio impegno contro la criminalità organizzata è sempre stato chiaro e netto, ho chiesto lo scioglimento di 54 consigli comunali per infiltrazioni mafiose». Il contrasto con Martelli per lui non significa aver mentito: «Perché io e non lui, che all’inizio nemmeno ricordava se del comportamento dei Ros si era lamentato con me o con Scotti?». Anche Mancino ha dalla sua una sentenza, quella del tribunale dove avrebbe commesso la falsa testimonianza che non la rilevò, e sollevò dubbi sia sulla versione dell’ex Guardasigilli che sul movente dell’avvicendamento tra Scotti e Mancino. Dalle telefonate dell’ex ministro con l’allora consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio nacque il conflitto istituzionale tra la Procura e Napolitano, e adesso Mancino ammette: «A posteriori, sarebbe stato preferibile non telefonare a D’Ambrosio. Io però non chiesi mai l’avocazione dell’inchiesta, ma solo il coordinamento tra le sei Procure coinvolte».

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