Siria, quando si ritirano gli Usa? 3 ipotesi E si rompe il silenzio sul raid di Israele

Gli alleati

Dispongono di 2 mila soldati, in gran parte delle unità speciali. Sono concentrati nel nord della Siria, a Rumeila, Manbij, Arab Isk, area di Deir ez Zour. Altri a sudest, regione di al Tanf. A loro si aggiungono i contractors, che si occupano di interventi che vanno dalla logistica alle azioni belliche. L’ultimo dato ufficiale indica 5.508 tra Siria e Iraq, con 400 impegnati in attività di «sicurezza». La Casa Bianca ha chiesto un rientro al più presto, mossa rallentata dal Pentagono.

Missione a tempo

Da qui l’ipotesi di una missione a tempo. Dai sei mesi in avanti, molto dipenderà da quanto accade. Tre gli scenari: 1) Ci resteranno molto per avere comunque un ruolo regionale. 2) Per contrastare la spinta iraniana. 3) Per fiancheggiare, nel breve, i curdi siriani i quali però rischiano di essere sacrificati. L’ala interventista Usa preme per continuare. The Donald non la vede così e ritiene che debbano essere gli alleati regionali a farsi carico dell’onere. Non solo come «scarponi sul terreno», ma anche come risorse per la ricostruzione. Da qui l’invito ai sauditi a sborsare 4 miliardi di dollari. I francesi sono pure loro nel cantone curdo, in particolare Kobane e Ayn Isa. Poi i britannici che, in omaggio allo stile dei commandos Sas, sono meno visibili. Per scelta e tradizione. Infine i volontari accorsi da Europa e Stati Uniti in difesa del Kurdistan siriano: molti di loro sono morti in prima linea combattendo insieme ai guerriglieri Ypg, contrastati dai turchi. Anche Ankara ha una doppia agenda: fermare i separatisti, disporre di un’opzione sul futuro della Siria.

La legione sciita

In contrapposizione ai mu-jaheddin sunniti, locali e stranieri, agisce la «legione» composta da diverse migliaia di combattenti inquadrati da Iran e Hezbollah libanese. Sono afghani, pachistani, iracheni che la propaganda di Teheran presenta come «martiri caduti nella difesa di Zeynab», importante santuario sciita vicino a Damasco. Sono in Siria per assistere i governativi, ma domani possono diventare parte dello scontro con Israele. Infatti Gerusalemme — convinta che gli Usa si disimpegneranno — ha colpito spesso depositi e installazioni, tipo la base T4. Il contingente iraniano conta su numerose installazioni (Azzan, l’aeroporto della capitale, a est) e cerca di ampliarle per creare un corridoio che unisca territorio iraniano, Iraq, Libano. Un’analisi uscita sul New York Times ha ribadito ciò che sappiamo: sarà questa la prossima guerra, Israele contro Iran, «meglio allacciarsi le cinture di sicurezza».

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