Garrone e il suo ‘Dogman’: “L’escalation violenta di un uomo mite in cerca di riscatto”

Dopo il viaggio fantasy di Il racconto dei racconti, Matteo Garrone è tornato a casa. Cinque anni dopo il kolossal con cui il regista aveva lanciato una sfida al pubblico e al cinema realizzando un film di genere, in inglese, tratto dai racconti napoletani seicenteschi di Basile senza riportare da Cannes nessun riconoscimento, il regista romano è di nuovo in concorso. E ambisce alla Palma.

Con Dogman Garrone torna al festival – dove ha vinto due volte il Grand Prix con Gomorra e Reality – con un film che ricorda per stile del racconto e dell'immagine il suo primo grande successo L'imbalsamatore (2001). Girato su quello stesso litorale domizio dove il tassidermista Peppino prestava la sua opera alla camorra, Dogman ha per protagonista Marcello (Marcello Fonte), toelettatore mite e gentile che vive per due cose: la figlia Alida, che ha la passione per le immersioni e che sogna di portare in qualche isola esotica, e per i cani, che cura e custodisce e che vezzeggia con parole d'affetto (il suo "amooore" con la r arrotata che grida agli amici a quattro zampe è un suono che accompagna lo spettatore per tutto il film ed è già diventato un tormentone tra gli italiani al festival).

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Marcello è un uomo buono e docile anche se non privo di ombre. Nella sua gentilezza c'è la debolezza che Simoncino, ex pugile che terrorizza il quartiere (un irriconoscibile Edoardo Pesce), sfrutta ottenendo da lui quello che vuole: complicità in un colpo, droga senza pagare, le chiavi del suo negozio per poter svaligiare quelle del vicino "compro oro". È un rapporto di sudditanza che Marcello non riesce a spezzare in un'escalation di sopraffazione.

"Dogman è un film che si ispira liberamente a un fatto di cronaca nera accaduto trent'anni fa, ma che non vuole in alcun modo ricostruire i fatti come si dice che siano avvenuti". Garrone fa riferimento alla storia del "canaro della Magliana", una pagina di nera che ha sconvolto la Roma di fine anni Ottanta. Una brutta storia, raccontata anche in forma di romanzo da Massimo Lugli e Antonio Del Greco in Il canaro della Magliana (Newton Compton Editori), libro che esce in contemporanea con il film, che arriva in sala dal 17 maggio per 01 Distribution con il divieto ai minori di 14 anni. "Ho iniziato a lavorare alla sceneggiatura dodici anni fa: nel corso del tempo l'ho ripresa in mano tante volte, cercando di adattarla ai miei cambiamenti. Finalmente, un anno fa, l'incontro con il protagonista del film, Marcello Fonte, con la sua umanità, ha chiarito dentro di me come affrontare una materia così cupa e violenta, e il personaggio che volevo raccontare: un uomo che nel tentativo di riscattarsi dopo una vita di umiliazioni, si illude di aver liberato non solo se stesso, ma anche il proprio quartiere e forse persino il mondo. Che invece rimane sempre uguale, e quasi indifferente".

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Ora Garrone è pronto per la sfida che da un po' di tempo rincorre: riportare sul grande schermo il Pinocchio di Collodi in una versione il più possibile vicina al testo letterario. Sono anni che il regista romano ha in testa questo progetto, aveva già iniziato i provini per trovare il suo bambino-burattino e un paio di anni fa diceva: "Quando lavori a un progetto finisci per vedere dappertutto i tuoi personaggi: burattini, volpi, gatti. Parlo con qualcuno e improvvisamente vedo un grillo parlante". Forse gli occorreva un po' più di tempo per riuscire a trovare il tono giusto per quello che nelle intenzioni del regista è un "horror per bambini". "La sfida è raccontare la storia che tutti credono di conoscere, ma in realtà in  pochi conoscono veramente – ha detto il regista a Variety – perché pochissime persone hanno veramente letto Collodi".

Se Lo cunto de li cunti di Basile è stato pubblicato per la prima volta in cirillico quando il film è uscito in Russia, per Pinocchio l'augurio non è che venga pubblicato in altri Paesi, visto che il racconto di Collodi è il testo italiano più tradotto al mondo (addirittura in 240 lingue), ma venga finalmente letto anche da chi è convinto di conoscerlo sbagliando.