Premier, la Lega propone Carelli (che declina). Due tecnici per Economia e Esteri

Trovata la quadra sul contratto, sempre che si sia trovata davvero, ora c’è da definire il premier e la squadra dei ministri. Non un lavoro da poco, anche perché è un puzzle che deve tenere in considerazione le esigenze, contrapposte, dei due partiti, ma deve fare i conti anche con il Quirinale e con il contesto internazionale. Nelle ultime ore, nello schema di gioco sembra tornare in pole position per la premiership il Movimento 5 Stelle. Matteo Salvini, salvo ripensamenti, potrebbe accettare, come ha detto, «il passo di lato» e decidere di ottenere un ruolo importante nella squadra dei ministri, ma senza avere lo scettro del comando. Che è uno svantaggio, perché mette la Lega in posizione subordinata, ma gli dà anche l’opportunità di sfilarsi in caso di difficoltà.

La premiership

Si tratta a oltranza e ieri è stata la Lega a fare un nome: quello di Emilio Carelli, girato vorticosamente per tutta la giornata. In teoria, l’ex direttore di Sky Tg24 potrebbe avere un profilo compatibile con le richieste: gradito da entrambi i movimenti, autorevole ma non ingombrante. E con un plus: i buoni rapporti con Silvio Berlusconi, che non avrebbe così un nemico come premier. Ma questo è però un impedimento per una parte del Movimento. Che ha quindi replicato proponendo una rosa di quattro nomi possibili: Danilo Toninelli, Vito Crimi, Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede. Quattro uomini di spicco, nel gotha dei parlamentari 5 Stelle. Toninelli è l’uomo che si è occupato di più di riforme e di legge elettorale, Crimi è stato il primo capogruppo, Fraccaro e Bonafede sono i due fedelissimi di Di Maio. La trattativa andrà ancora avanti, ma in molti scommettono che alla fine cadranno tutti come birilli e resterà solo il nome di Luigi Di Maio che, nonostante tutte le smentite e i depistaggi, rimane l’opzione più affidabile e sicura per un governo politico.
Altro tassello importante: i due ministeri chiave, ai quali tiene ovviamente molto il Quirinale, Esteri ed Economia, potrebbero essere affidati a esterni. Per il primo tornerebbe in corsa Giampiero Massolo, ambasciatore alla guida di Fincantieri.

Interno e Agricoltura

Comunque sia, lo scopo dei due partiti è quello di avere gli uomini giusti nei settori di riferimento della loro constituency elettorale, usando un rinnovato manuale Cencelli. E così, se Di Maio finisse non premier ma al ministero del Lavoro, Salvini potrebbe tenere per sé il Viminale, con la delega ai Servizi segreti. Un posto centrale e soprattutto decisivo per portare avanti le politiche leghiste su sicurezza e immigrazione. Anche per questo il dicastero della Giustizia andrebbe ai 5 Stelle e potrebbe essere affidato ad Alfonso Bonafede. In alternativa è pronto tra i leghisti Nicola Molteni. Altra poltrona rivendicata dai leghisti, quella dell’Agricoltura, per difendere il «made in Italy». Le resistenze di Giancarlo Giorgetti a diventare premier (da tempo giura di non volerlo fare), non sarebbero così granitiche nel caso in cui gli venisse affidato un ministero. E per lui si parla di un ministero economico, settore nel quale ha una lunga esperienza.

Cultura e Turismo

Il governo — snello, si è detto nei giorni scorsi— potrebbe contare anche su Vincenzo Spadafora, non amato da tutti nei 5 Stelle: di lui si era parlato come sottosegretario alla Presidenza ed è una pedina che potrebbe essere giocata. Nella composizione del governo, la Cultura potrebbe essere scorporata dal Turismo: per il primo, è in corso il capogruppo leghista al Senato Gianmarco Centinaio; per il secondo, il 5 Stelle Matteo Fantinati. Tra le donne, non molto numerose tra le candidate, si fanno i nomi delle leghiste Lucia Borgonzoni per l’Ambiente e di Simona Bordonali.

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