La caduta dell’impero rosso fu talmente fragorosa e umiliante che solo così si spiega la fortuna di Putin. In Occidente, la sua immagine non è mai stata tanto fosca, ed evoca il polonio di Litvinenko, il sangue di Anna Politovskaja, la repressione in Cecenia, l’annessione della Crimea, l’intervento in Siria. Ma qui, per gli stessi motivi, l’uomo forte non è mai stato tanto popolare. Quando il blogger Navalny ha invitato a boicottarne l’ennesima rielezione, si è avuto il record d’affluenza. È stato allora, nel marzo scorso, che qualcosa nella testa di Putin è scattato. Alla cerimonia di re-insediamento, quasi un’incoronazione, la seconda persona cui ha stretto la mano, dopo il patriarca Kirill, suo ex collega al Kgb, è stato l’ex cancelliere Schroeder, ora suo dipendente (dirige il colosso petrolifero Rosneft). Poi ha ricevuto la Merkel a Sochi, donandole un mazzo di fiori («sessista!» commentarono i giornali tedeschi). Putin vuole uscire dall’isolamento, e la via passa per Berlino. Non a caso, la Germania campione del mondo è stata qui accolta trionfalmente, Mosca è piena di poster che celebrano la vittoria tedesca in Brasile. Il presidente del resto parla perfettamente tedesco: quando cadde il Muro lavorava nella sede del Kgb di Dresda, e passò notti intere a distruggere documenti («ne bruciai tanti che scoppiò la stufa» ha raccontato).

Russia 2018 è la grande occasione per riaprire al mondo il gigante oggi al di sotto delle sue potenzialità (il Pil della più grande nazione del pianeta è inferiore a quello italiano). Le sanzioni, come sempre, hanno rafforzato il potere; ma il popolo ne ha sofferto, nel morale prima ancora che nella vita quotidiana. I supermercati sono pieni di surrogati dei prodotti italiani, oltre che di mozzarelle fabbricate da nostri ingegnosi compatrioti con latte di bufale russe, rare e preziose. La popolarità del nostro Paese è altissima, anche perché — come ripetono un po’ tutti, dai diplomatici ai baristi —, l’Italia è sempre stata amica: Berlusconi dormiva — e non solo — nel lettone di Putin, Prodi lo baciava e abbracciava ogni volta; e ora c’è un governo che chiede apertamente di finirla con le sanzioni. Oltretutto negli ultimi dieci anni il calcio russo è andato a scuola dal nostro: la Nazionale, ora affidata all’ex portiere osseto Cercesov, fino al 2015 è stata allenata da Capello, che a Mosca viveva come un principe rinascimentale, con palco al Bolshoy; hanno allenato qui anche Mancini, Spalletti e ancora esercita Carrera. Nonostante questo, o forse proprio per questo, la Russia è l’ultima (70ª) nella classifica Fifa tra le squadre presenti al Mondiale, davanti solo all’Arabia Saudita (67ª). Coerentemente, oggi la partita inaugurale è Russia-Arabia Saudita. La capitale è percorsa da facoltosi sceicchi imbandierati, guardati con timida curiosità dai moscoviti. La festa è alcolica e malinconica, come ha da essere una festa russa. È anche multietnica, e non solo per la presenza chiassosissima di colombiani, peruviani, costaricani, panamensi. Il popolo che il ministro Savona descrive nei suoi saggi come mite e pacifico è in realtà il più imperialista della storia, e infatti nei secoli ha portato i suoi confini dal Mar Nero al Pacifico, assorbendo caucasici e tartari, che ora convivono con l’elemento slavo egemone, talvolta sugli stessi, bellissimi volti.

I segni dell’autarchia sono evidenti, i militari chiamati a vigilare sulle transenne — ormai vero simbolo di Mondiali e Olimpiadi — non parlano una parola di qualsivoglia lingua occidentale, in periferia le auto scarburate sono vestigie sovietiche. Ma la città non è più quella ostile in mano a un’oligarchia ricchissima e cafona; la classe media è cresciuta, si trovano più facilmente taxi neanche troppo esosi, c’è pure Uber; la polizia si chiama polizia e non più milizia, e i Suv neri dai vetri oscurati accennano talora a rallentare sulle strisce. L’entusiasmo è trattenuto: la Fan Fest è accanto all’università, gli studenti protestano perché hanno gli esami e il rumore nuoce alla concentrazione. Il clima però è delizioso, fresco, ideale per rigenerare campioni stanchi. Lo stadio dell’inaugurazione, restyling a parte, è lo stesso di Mosca 1980; si è accolti dalla statua di Lenin che commosse Pajetta, accanto però hanno piazzato lo stand della Gazprom, a far capire chi comanda ora; il rialzo del greggio ha salvato l’economia.

A giudicare dai capi di Stato e di governo attesi oggi, la diplomazia del pallone – il judoka Putin è fotografato in prima pagina su tutti i giornali mentre palleggia al Cremlino – non darà grandi risultati: il solito sempiterno Nazarbaev; kirgizi e azeri; croati e serbi; i populisti latinoamericani Maduro e Morales. Merkel e Macron verranno forse più avanti, a sostenere le loro squadre. Londra non manda nessuno. Putin conta però su un formidabile alleato: Trump. Al confronto del grande destabilizzatore, il leader russo è considerato affidabile, o almeno prevedibile. Se n’è accorta la Cina, rappresentata dalla vicepremier Sun Chunlan, che troverà sulla Piazza Rossa una mostra sui Ming e centinaia di connazionali, osservati dai russi come il pericolo prossimo venturo. La diffidenza è un tratto inevitabile nel popolo che — e qui Savona ha ragione — è stato la vittima sacrificale delle tragedie del Novecento: i tre milioni e mezzo di morti nella Grande Guerra, la lunga dittatura comunista, l’invasione nazista, i rigori della guerra fredda, il disastro di Gorbaciov (che quando si è candidato alle presidenziali ha preso lo 0,52%), l’era contraddittoria di Eltsin, ora sepolto in un monastero tra Breznev e Raissa Gorbaciova. Un popolo rude eppure adorabile, all’apparenza freddo in realtà emotivo, che merita di tornare, almeno per un mese, al centro del mondo non per una carestia o una guerra, ma per grandi partite di calcio.

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