«Sono morti di stenti sul gommone»

I due cadaveri abbracciati

Il medico legale sale a bordo per primo, deve fare accertamenti sui due morti che la Guardia Costiera ha recuperato durante una delle operazioni di salvataggio, fra sabato e lunedì. Quando ha finito, il dottore si avvicina ai colleghi della Sanità Marittima e dice che no, quei due non sono morti annegati. Erano un ragazzo e una ragazza, giovani, molto deperiti. L’autopsia spiegherà di più ma nei ricordi di chi li ha trovati il solo dettaglio che resterà di quei due poveri corpi è che erano abbracciati, stretti l’uno all’altro su un gommone alla deriva, forse morti di stenti, prima lei di lui. Si saprà poi che non erano parenti o coppia: si erano conosciuti da prigionieri, tutti e due somali, in uno dei campi dell’orrore in Libia. La loro storia passa di bocca in bocca e sulla banchina che accoglie i migranti c’è un silenzio surreale mentre i due corpi lasciano il porto sui carri funebri. Un attimo dopo è di nuovo fermento, riprende a scorrere il fiume incessante di gente che scende dalla passerella, si ripara dal sole sotto una tenda bianca, si lascia misurare la febbre, mostra le ferite della scabbia.

I bimbi soccorsi

Il primo bimbo che scende in braccio a sua madre (eritrea) ha meno di tre mesi, un cappello nero in testa e nessuna voglia di farsi fotografare. Gli operatori lo accolgono con un sorriso, provano a giocare, lo coccolano. L’attenzione è tutta per lui in una sorta di picchetto d’onore, chiamiamolo così: tutti attorno a quel bimbo, quasi sugli attenti per quella giovanissima vita che passa e si infila nella tenda della Croce Rossa. I bambini piccoli sono molti e sommati ai minori non accompagnati (in genere quelli oltre i 14 anni) sono oltre duecento. Si guardano attorno smarriti, ascoltano gli slogan urlati da un gruppo di manifestanti che osserva da lontano lo sbarco e mostrano fieri il braccialetto colorato che è stato loro assegnato sulla nave. Ogni colore uno stato di salute preciso. Fra i piccoli ci sono anche due bimbi siriani arrivati con i familiari. Sono in otto. L’uomo che sembra più adulto dice ai medici che «lui ha bisogno di psicofarmaci, per favore». «Lui» è un ragazzo che se ne sta lì muto, assente. Qualcuno spiega ai medici che «un giorno hanno bombardato la sua casa, hanno ucciso sua madre e da allora non ha più capito niente, non ha più parlato». Al mediatore che parla la sua lingua raccontano poi che il padre del ragazzo aveva due soldi da parte e li ha investiti tutti nella speranza che il figlio arrivasse in Europa. Lo ha affidato a una famiglia in partenza e l’ha abbracciato per l’ultima volta davanti alle macerie della loro casa.

Il velo e le fotosegnaletiche

C’è una giovane donna, anche lei siriana, che scuote la testa e si arrabbia perché suo marito le dice di fare quel che chiedono i poliziotti: togliersi il velo nero che le avvolge i capelli per lo scatto della foto segnaletica. «No» ripete lei infuriata. Finisce che quello scatto si fa in una tenda, lontano da sguardi di sconosciuti. Nell’Italia tanto sognata sono arrivati quasi tutti scalzi, senza nient’altro che i vestiti. Raccontano mesi, a volte anni di non-vita e violenza passati quasi sempre in Libia a sperare che ogni giorno fosse quello buono per partire. Vista da qui, dalla salvezza, quella sembra una vita fa.

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