Così ho scoperto  che le dee esistono

La cosa che più mi piaceva della nostra storia d’amore era raccontare come fosse iniziata. Un giorno di ottobre di due anni fa N., membro insostituibile del mio gruppo di amiche italo-cristiane (proprio come me) a Tel Aviv, mi disse che da qualche tempo, a Betlemme, era arrivato un suo amico d’infanzia, che era sicura fosse proprio il mio tipo. E così, nonostante le premesse non troppo incoraggianti, arrivata a casa sbirciai il suo profilo di Facebook e gli mandai la richiesta di amicizia. Sì, feci io la prima mossa, e anche la seconda visto che dopo qualche giorno lo invitai ad una cena di Shabat a casa della mia famiglia adottiva a Gerusalemme, ovvero un’affiatata coppia di pensionati israeliani talmente affezionati a me da considerami al pari di una figlia. Quella sera, dopo un pasto abbondante e tutt’altro che kasher, facemmo una lunga camminata per le strade semi-deserte del quartiere di Yemin Moshe, poco fuori alla città vecchia. Era appena iniziata l’«Intifada dei coltelli», ma a noi sembrava di non aver paura. E non parlammo degli scontri, del conflitto, di chi aveva ragione e chi torto. Ci trovammo invece d’accordo su un concetto molto semplice, che in quell’area geografica, io e lui, due italiani che lavoravano da una parte e dall’altra del muro, riuscivamo a vivere bene, molto bene, nonostante tutto. Al primo bacio di quella sera seguirono le sue insicurezze sul volere o meno una storia seria. Ma poi, giorno dopo giorno, forse anche complici le mie lasagne e le serate a Tel Aviv nei locali più cool, dove spesso venivo invitata per lavoro, cambiò idea e non ebbe più remore ad innamorarsi di me.

Poi la decisione di andare a vivere insieme. Ed è proprio a casa sua, dove mi trasferisco un anno e mezzo fa, che inizia la nostra vita di coppia, fatta di cene, viaggi epici, avventure e complicità. C’era quella proposta di matrimonio che non arrivava nonostante io la volessi tanto, ma mi auto imponevo di non avere fretta. Poi lo scorso marzo ho scoperto che le dee esistono davvero. In French Kiss, una delle mie commedie preferite, Meg Ryan viene lasciata dal fidanzato Charlie per Juliette, una donna parigina che lui le descrive come «una dea» e a cui chiede di sposarlo pochi giorni dopo averla incontrata. E così, proprio come in quel film, T. dopo un viaggio di lavoro di sole due settimane in Africa mi disse che era stata una missione difficile e che non era convinto di amarmi ancora. Dopo qualche minuto di terzo grado mi confessò che «la missione difficile» aveva un nome, un lavoro (lo stesso suo) ed il volto semicoperto da un velo. In soli due giorni passati a lavorare a stretto contatto con la «dea» lui mi disse di aver provato «una forte emozione», qualcosa che non gli aveva mai fatto sentire nessuno, nemmeno io.

Ho provato a farlo ragionare, a dirgli che le infatuazioni possono capitare e che insieme avremmo superato quel momento di debolezza. Ma non c’è stato niente da fare, la dea ormai era entrata nella sua testa e dopo aver cancellato ogni traccia di me aveva anche deciso di restare. Ho pianto, urlato, continuato a dirgli che in due giorni non ci si può innamorare, che lei era distante, che era un amore impossibile, che questa donna in realtà non la conosceva e che a scambiare il sogno con la realtà si rischia solo di soffrire. Ma a soffrire, alla fine, sono stata solo io, quella rimasta coi piedi per terra. Niente poteva fargli cambiare idea. «Lei mi scrive — mi diceva — e per me è abbastanza». Nel giro di un mese, aggrappandomi alle briciole di energia che mi rimanevano, ho fatto un trasloco da sola, ho messo le mie cose in un box preso in affitto e sono tornata a vivere con mia madre. Lui l’ultima volta che l’ho sentito mi ha confessato di essere felice della sua scelta e di stare programmando un modo per poter vivere la sua nuova bellissima storia d’amore.

In questi giorni abbraccio il dolore con coraggio, non cerco sedativi, e provo ad elaborare un lutto profondo nello strenuo tentativo di fare diventare l’uomo che ho amato, e che ancora amo, il niente, lo zero totale, proprio quello che in due giorni sono diventata io per lui. Ma anche se riuscirò in questa impresa, non so come farò a donare di nuovo il mio amore a qualcuno sapendo che potrebbero esserci altre dee nel mondo e altri uomini pronti a tutto pur di seguirle.

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