Ingmar Bergman, cent’anni di storia sospesa tra filosofia, esistenzialismo e fantasia

Nasceva 100 anni fa, Ingmar Bergman: il 14 luglio 1918. Per l'occasione esce tra l'altro un utile volume di Roberto Chiesi, Ingmar Bergman (Gremese) e Sky Arte trasmette oggi in prima tv il documentario Bergman 100. La vita, i segreti, il genio di Jane Magnusson (Bim distribuzione), che inevitabilmente solo in parte riesce a dar conto della grandezza del regista. Del resto, la sua biografia non offriva molti appigli, e il suo cinema non è facile da spiegare. Ma non perché tratti temi troppo difficili. Al contrario: perché quei temi rischiano forse di far schermo all'anima più vera del suo cinema.

Bergman è uno dei registi che hanno avuto più influenza per far giudicare il cinema 'una cosa seria', da una generazione di europei e non solo che si affacciavano alla società del benessere. I suoi film folgorarono i registi della nouvelle vague, negli anni Sessanta lo si prese sul serio per le problematiche filosofiche che evocava, facendone una specie di esistenzialista luterano. Ma Bergman era anzitutto un regista prodigiosamente in equilibrio tra stile 'di prosa' e improvvisi voli di fantasia.

Oggi del suo cinema sorprende un certo gusto per la commedia (Sorrisi di una notte d'estate, L'occhio del diavolo, A proposito di tutte queste… signore), ma soprattutto la luminosità tattile, sia negli interni scarlatti claustrofobici di Sussurri e grida che nelle riprese en plein air di Un'estate d'amore o di Il settimo sigillo (rivederlo in Piazza Maggiore quest'estate ha fatto scoprire a molti quanta luce ci fosse, in quella danza macabra medievale). Colpisce ancora il suo peculiare gusto di calare il fantastico nel quotidiano, l'incubo nell'evocazione infantile, che lo accomuna imprevedibilmente al nostro Fellini. In fondo il baracconesco riminese non era così lontano dall'eremita di Fårö: protestante l'uno, cattolico l'altro, ma entrambi grandi osservatori di personaggi femminili (Bergman in maniera più problematica e identificativa, Fellini facendole ruotare intorno a sé in cerca d'assoluzione); uno magari parente di Strindberg e l'altro di Jacovitti, ma comunque grandi uomini di spettacolo, affascinatori di pubblico e produttori, creatori della moderna figura del regista-divo. E dopo aver visto il documentario di Magnusson viene voglia di stilare una classifica dei titoli da cui cominciare, insomma un Bergman for dummies.

1) Fanny e Alexander (1982). Cominciare dalla fine, dal riassunto televisivo dei suoi temi, dalla lanterna magica e dallo stupore. Volendo, lo si può spacciare come antenato delle serie tv d'autore. E sempre nel genere sceneggiato (come si diceva una volta), si può proseguire con Scene da un matrimonio, lavoro atrocemente definitivo sulla coppia.

2) Il settimo sigillo (1957). Per poterlo citare con cognizione di causa (una volta era un film da conoscere) e per capire da dove vengono la gran parte delle immagini cinematografiche del Medioevo. I più raffinati però gli preferiscono Il volto (1958), più leggero e illusionistico.

3) Il posto delle fragole (1957). Banalmente, sta a Bergman come Fellini a 8 e 1/2. Ma oggi, la vera cosa che colpisce lo spettatore, è l'incredibile volto del protagonista Victor Sjöström, che era stato uno dei grandi registi del cinema svedese e non solo.

4) Un'estate d'amore (1951)

5) Monica e il desiderio (1953).
Andrebbero forse visti prima dei vent'anni, per coglierne davvero il senso del tempo che fugge, la bellezza e malinconia dell'istante. "Un film di Ingmar Bergman è, per così dire, un ventiquattresimo di secondo che si trasforma e si dilata per un'ora e mezza. È il mondo fra due battiti di palpebre, la tristezza fra due battiti di cuore, la gioia di vivere fra due battiti di mani": così, su questi film, felicemente delirava un ventottenne Jean- Luc Godard, critico in procinto di diventare regista.