La scuola made in Italy vola a Pechino e conquista la Cina

Esportare il modello culturale italiano. Partendo dai più piccoli. Cominciando dai bambini, dal loro mondo. È la sfida della prima scuola italiana paritaria in tutta l’Asia, la Scuola Paritaria d’Ambasciata di Pechino, unica al mondo nata da una collaborazione diretta con Reggio Children. «Non solo una scuola italiana in Cina, ma un istituto di dimensione internazionale, basato sul Reggio Emilia approach, che abbiamo chiamato così e non metodo perché vogliamo calarlo sempre nel contesto Paese. E di esperienza internazionale, collaborando con 140 nazioni, ne abbiamo molta ormai», spiega la presidente di Reggio Children, Claudia Giudici. «Così nella scuola di Pechino, scuola d’infanzia ma anche Primaria, il curriculum è bilingue, italiano-inglese, con attenzione e promozione della lingua e cultura cinese. Ma oltre alla lingua, fra i banchi abbiamo voluto introdurre tanti altri linguaggi, i «cento linguaggi» del bambino come insegnava il pedagogista Loris Malaguzzi: la creatività con la figura dell’atelierista, la maestra d’arte che affianca la maestra tradizionale, e i linguaggi plastico e corporeo, senza dimenticare il linguaggio del cibo che per una scuola italiana ha una forte valenza culturale». Già, il cibo, in un Paese come la Cina passato attraverso scandali di sofisticazione alimentare (terribile quello del latte per i neonati), e sempre più sensibile al tema della tracciabilità e genuinità degli alimenti, complice l’inquinamento della corsa all’industrializzazione.

«Nella scuola – aggiunge Giudici – c’è una chef, Roberta Bari, per noi una cuoca-insegnante (in tutto sono 13 i docenti, il coordinamento manageriale è di Giulia Ziggiotti, ndr) e anche questo fa parte del percorso culturale». A proposito di modello culturale, la scuola ha una collaborazione con Inter Academy, una volta alla settimana gli allenatori nerazzurri fanno giocare i bambini della scuola a Sanlitun. Raffaele Quaranta e Giuseppe Fonseca che fanno parte del team tecnico garantiscono che l’obiettivo non è quello di individuare potenziali campioni: «Non è questo lo scopo, vogliamo soprattutto che crescano sani e si divertano». Sono 82 i bambini provenienti da 17 diverse nazionalità, «fra i banchi abbiamo allievi di famiglie miste, un genitore cinese e uno italiano, ma anche molti figli di coppie internazionali a Pechino per lavoro», aggiunge Giudici. L’ambasciatore d’Italia a Pechino, Ettore Sequi cita Confucio: «Se fai un piano di un anno, coltiva il riso. Se hai dieci anni, pianta alberi. Se pensi a cent’anni, educa i bambini». E ricorda con orgoglio che tra i genitori che mandano alla scuola italiana i loro figli ci sono diplomatici Usa, giornalisti del Financial Times. Insomma, la scommessa di esportare un modello culturale, passioni e valori made in Italy, così come già facciamo con moda e design.

La scommessa

È il tentativo di replicare, in chiave italiana, esperimenti di promozione del soft power di un Paese come ha già fatto Londra (con il British Council) e come sta facendo con sempre maggiori risorse Pechino (con il Confucius Institute)? «L’idea è quella: abbiamo un modello culturale guardato con ammirazione nel mondo, abbiamo avuto straordinari pedagogisti, da Maria Montessori a Malaguzzi di Reggio Children, che per ragioni di marketing molte scuole internazionali citano come ispirazione», spiega il direttore della scuola, e coordinatrice del progetto educativo, Mariassunta Peci, che i bambini chiamano «Titti». «Perché – prosegue – non esportare allora il modello autentico, il prodotto originale, in un Paese come la Cina che tra l’altro adesso sta ripensando i propri sistemi educativi e d’istruzione? Per l’Italia, può essere anche una straordinaria occasione economica e di promozione dei nostri brand educativi: ho iniziato a lavorare a questo progetto sin dal mio arrivo in Cina nel 2012. E ora siamo pronti a portare anche altrove in Asia il nostro modello».

Il sogno è replicare anche a Hong Kong l’esperienza della scuola di Pechino. «Certo il British Council – aggiunge Franco Cutrupia, l’imprenditore italiano che con la moglie cinese Pauline, sostiene la Scuola di Pechino consentendo lo status non profit del progetto – ha ben altri mezzi, e in più è vero che sono già attivi gli Istituti di cultura italiana o la Dante Alighieri, ma con fondi sempre risicati Pensandoci, è un piano che avrebbe potuto realizzarsi già per il Sudamerica della grande emigrazione italiana decenni fa. Perché l’ho fatto? Vivo in Cina dal 1977 – conclude – e credere in questa idea è un modo per sentirmi sempre italiano. Poi spero che nei prossimi sviluppi della scuola si possano trovare chissà anche investitori locali».

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