KP Boateng e la lotta il razzismo: "La FIFA però non mi ascolta"

Il giocatore del Sassuolo ha da sempre molto a cuore il problema della discriminazione: “Purtroppo però ci si impegna più nella lotta ai fumogeni”.

Non è una battaglia, è una vera e propria guerra, e Kevin Prince Boateng mette in campo tutte le armi che ha. Perché la lotta al razzismo non conosce pause. Non per lui. Non importa che giochi in Serie A, in Liga, in Bundesliga o in Premier League: Boateng si è sempre schierato contro ogni forma di discriminazione.

Era il 3 gennaio del 2013 quando Kevin Prince decise di lasciare il campo durante l’amichevole fra il suo Milan e la Pro Patria. Non voleva  più giocare di fronte a quei tifosi che  lo stavano insultando con ululati e altri cori decisamente offensivi. Sono passati più di cinque anni, e c’è ancora tantissimo da lavorare se in Serie A come negli altri campionati i tifosi continuano a insultare costantemente i giocatori di colore.

Questo Boateng non riesce proprio ad accettarlo. Il centrocampista del Sassuolo ha rilasciato un’intervista a Espn, nella quale punta anche il dito contro la FIFA. Il motivo? Ai vertici del calcio nessuno fa concretamente qualcosa per affrontare davvero il problema del razzismo. Per combatterlo, per eliminarlo.

Ho mandato alcune proposte alla Fifa, ma non è cambiato nulla. Tutto è rimasto invariato.

Boateng con la maglia del SassuoloGetty Images

KP Boateng è tornato in Serie A in estate

Serie A, Boateng in prima fila nella lotta al razzismo

Una delle cause principali secondo Boateng è che ci si concentra di più su altri problemi. Importanti, certo, ma che non dovrebbero catalizzare l’intera attenzione:

Si ha la sensazione che ci si impegni di più contro i fumogeni o i petardi negli stadi che non contro il razzismo. Se in uno stadio si accende un fumogeno si pagano 20mila euro di multa. I cori razzisti invece non li sente nessuno.

In paesi come la Germania, dove Kevin Prince è nato e cresciuto, nei quali il numero di stranieri è altissimo, i problemi di discriminazione sono all’ordine del giorno. Non soltanto in campo, anche nella vita comune:

In Germania ci sono manifestazioni con 3/4000 persone per strada che fanno il saluto hitleriano! Dai, sono cose inaccettabili.

Per Boateng bisognerebbe prendere esempio da Colin Kaepernick, che nell’agosto del 2016 ha cominciato la sua lotta al razzismo con una protesta silenziosa quanto rumorosa. Il quarterback della squadra di football dei San Francisco 49ers, è rimasto seduto quando prima di una partita veniva suonato l’inno USA. La sua protesta, del tutto pacifica, si schierava contro le politiche di oppressione contro i neri e le minoranze etniche da parte dello stato americano. Il suo gesto fece molto scalpore, al punto che il giocatore venne criticato pubblicamente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Per Boateng, Colin è giustamente un esempio da seguire:

Abbiamo bisogno di figure come Colin Kaepernick. Per me lui è un eroe, come Muhammad Ali. Colin sarà famoso in tutto il mondo e si parlerà di lui anche dopo la sua morte. C’è bisogno di gente così, altrimenti non cambierà nulla.

Non è una battaglia, è una vera e propria guerra. Kevin Prince Boateng mette in campo tutte le armi che ha. Armi come il dialogo, la ragione e l’amore. Lo sta facendo da anni, in tutti i campionati nei quali ha giocato. Serie A, Liga, Bundesliga o Premier League. Perché il razzismo, purtroppo, non conosce confini.