Verso il derby: viaggio nella Verona segreta di Corini

C’è una «walk of fame» immaginaria che corre lungo la riva del canale Camuzzoni, costruito negli anni ’20 per ridurre quell’eterno rischio di esondazioni dell’Adige, che nel corso dei secoli hanno ripetutamente devastato Verona. È una passeggiata che conoscono solo i clivensi, gli abitanti del quartiere Chievo, e che conduce al centro sportivo Bottagisio. Un tempo campo parrocchiale fatto di polvere, corse che terminavano con sorrisi, pacche sulle spalle e bicchieri di vino rosso, oggi quartier generale del settore giovanile dei «mussi volanti».

Gli «asini che volano», soprannome nato da uno sfottò dei tifosi dell’Hellas ai danni dei tifosi del Chievo e che quest’ultimi si sono ricamati nel cuore per spiegare ai posteri che non esiste sogno irrealizzabile. E che quando parti da un terreno dell’oratorio e arrivi a giocare al Bentegodi contro la Juventus e Cristiano Ronaldo, forse è meglio iniziare a credere anche a comiche creature pseudo-mitologiche. Su quel tracciato di stelle che porta dal dilettantismo ai massimi palcoscenici del calcio nazionale c’è anche la firma di Eugenio Corini, artefice, con un manipolo di eroi, del «Miracolo Chievo», ora sulla panchina del Brescia, in procinto di incontrare domenica proprio l’Hellas.

Nei bar del quartiere di Chievo campeggiano le foto del Chievo dei miracoli: Corini è nel cerchietto

Campionato di serie B, anno 2000-2001, in panchina c’è Luigi Delneri: in campo, solo per citare alcuni nomi, Manfredini, Eriberto-Luciano, Lanna, D’Anna, Barone, Corradi, Cossato, l’ex rondinella Mezzano. Interpreti di un impianto di gioco tanto semplice, quanto pionieristico: gioco veloce, cross dalle fasce e gol. A far girare la giostra in campo c’è il Genio di Bagnolo, reduce da una doppia rottura dei legamenti del ginocchio destro e da una parentesi non troppo felice all’Hellas. Voluto, atteso e amato dal presidente Campedelli. I gialloblù arrivano terzi alle spalle di Torino e Piacenza e conquistano la massima serie. È il delirio.

Per chi non ci fosse mai stato, Chievo assomiglia tanto ai quartieri della periferia bresciana. Un po’ crocevia di forestieri, un po’ microcosmo fagocitato dalla fatal Verona. Come se il Folzano finisse in Serie A, per fare un esempio comprensibile. Chievo non è mai stato un Comune a sé, ma comunque sempre un pianeta di anime schierate con l’amata squadra nata e cresciuta proprio lì, fra case basse ornate dai vessilli del club di Campedelli, la bottega del barbiere, il bar «La Pantalona» (l’agorà dei supporter clivensi), il negozio Confezioni Danese, il cui titolare 83enne è accompagnatore della squadra da 53 anni. Corini ha vissuto tutti questi posti con il suo conclamato passaporto di umiltà, sentendosi come un pesce colorato in un oceano tropicale. A suo agio in una landa scevra di frenesie, in cui «si tifa per divertirsi, e si va al Bentegodi per ammirare il bel calcio», come dicono a queste latitudini. Un mantra condiviso da tutti i clivensi, lontano anni luce dal coriaceo campanilismo degli ultras dell’Hellas.

Dove Corini ha casa a Verona – Foto Reporter © www.giornaledibrescia.it

Corini ha così festeggiato nella piazza di questo quartiere il sogno della serie A, poi, non pago, nel 2001-2002 è arrivato quinto in A e ha centrato la qualificazione all’allora Coppa Uefa, fregiandosi del titolo di «miglior centrocampista» di quella stagione. Chievo è l’universo del rilancio calcistico di Corini, l’epicentro del suo riscatto sportivo dopo una spietata doppietta di gravi infortuni. L’esperienza da allenatore a Chievo per Corini non è stata esaltante come quella da giocatore, nonostante due salvezze ottenute subentrando nel 2012 a Di Carlo e nel 2013 a Sannino. I risultati positivi non hanno mai fatto scattare del tutto la scintilla, forse perché i tempi non erano maturi, o forse perché soffocata da un amore tanto viscerale, quanto turbolento con Campedelli, che già era culminato in un addio-choc nel 2003 con il trasferimento di Corini al Palermo. Viceversa fra il tecnico e la città scaligera non si spezza quel filo di onesta riconoscenza sportiva che li lega, ed è giusto che sia così: Il tecnico conserva un’abitazione in zona Borgo Trento, nei pressi dell’ospedale veronese. Come l’omonimo quartiere bresciano si tratta di un’area tranquilla, serafica, in cui gli abitanti si riposano e rilassano. E anche in questo caso i comandamenti del quartiere Chievo e del Corini-pensiero tornano a galla: calma, concentrazione e una mentalità che è retaggio della sua avventura, dal 1998 al 2003, con la maglia degli «asini volanti». Se ci credi, in fondo, ce la puoi fare. Anche a rendere reale l’irrealizzabile.

Il signor Danese ha vestito Corini al Chievo – Foto Reporter © www.giornaledibrescia.it

«Non auguriamo sventure all’Hellas, ma vogliamo il meglio per Corini». Sulle pareti del bar «La Pantalona», prima, storica sede del Chievo quando la squadra calcava i malandati campi di paese e oggi cuore pulsante del tifo clivense, campeggiano le foto dell’attuale tecnico delle rondinelle e degli allora compagni di squadra seduti all’interno del locale e davanti al vecchio muro di facciata del Bottagisio prima che venisse ristrutturato. Che sia Bagnolo Mella o Verona, la fama del giocatore covato alla Fionda e fiorito alla Voluntas, resta la medesima. Il ritratto che i tifosi dipingono di lui è unanime: un ambasciatore di intelligenza e umiltà capace di scardinare tutte le diffidenze di un popolo scettico come quello veronese. Il 51enne Marco Sancassani è il titolare della Pantalona e indica fiero la targa dell’ultimo premio fair play ricevuto dalla tifoseria: «Qua nessuno le dirà mai di tifare contro l’Hellas. Crediamo nel rispetto e non festeggiamo per le sventure altrui. I tifosi del Verona ci hanno sempre un po’ sottovalutato e preso in giro, e solo quando siamo arrivati ai vertici del calcio italiano hanno iniziato a odiarci. Noi però non li odiamo affatto, ma amiamo Corini per ciò che ha fatto. Speriamo quindi che nell’imminente derby del Garda faccia bene».

Nel bar alcuni signori anziani giocano a carte. Fra questi Silvano smette di contare i punti incassati nell’ultima manche per dire la sua: «Che domande, tifo Corini e spero che il Brescia vinca!», esclama prima che i suoi compagni di gioco gli ricordino il taglio del mazzo. Il sarto del quartiere Chievo è Rinaldo «Macola» Danese, 83enne che da 53 anni siede sulla panchina del Chievo come accompagnatore. Una mascotte che riesce a commuoversi non appena ripensa a Corini e alla promozione in A del 2001: «È un uomo eccezionale e sono felicissimo che a Brescia stia facendo bene. Raccoglie quanto di buono ha seminato, e lo vedo maturato. Rispetto per l’Hellas, ma in questo caso simpatizzo per lui». Al Bottagisio il responsabile del centro sportivo, Corrado Di Taranto, dice: «Mai visto da queste parti un centrocampista forte come lui. Come allenatore è cresciuto tantissimo, e credo che a Brescia possa aprire un ciclo importante. Gli auguro il meglio e di rivivere ciò che ha vissuto qui».