Tutti dietro, il paradosso di Sarri

ROMA –Sarri può festeggiare due cose: il campo e l’antico adagio, che per molti è solo una frottola, secondo cui “il bello del calcio” starebbe tutto nella sua disumana imprevedibilità, nonostante tutto, nonostante le idee dell’ex Napoli e quelle di Guardiola, che al contrario cercano di dimostrare il contrario, e cioè che niente arriva per caso e niente nasce dai rami secchi. Il Chelsea che batte il Cityconferma invece che, tra le tante sfumature della frase fatta, c’è anche quella, disdegnata, che regala al Chelsea una vittoria sulla quale, guardando i primi quarantacinque minuti, nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe scommesso.

Insomma il bello del calcio è che oggi come ieri, nel calcio moderno come in quello dei pionieri, si vince anche da “brutti”. Per qualcuno questo non è il bello del calcio ma il brutto del calcio. Eppure funziona così. E funziona così in tutti gli sport. Conta arrivare primi. Se lo fai esaltando anche le leggi dell’estetica meglio. Ma con la sole qualità del dipinto si possono anche perdere per strada punti e punti. Che alla fine pesano. Guardiola aveva imbragato non soltanto Sarri, non soltanto il Chelsea. Il dominio della sua squadra nel primo tempo era tale da imbragare l’intera Londra. Il City giocava a calcio come sa, il Chelsea se ne restava rattrappito nella sua area e nelle sue paure (serpeggiava quasi un senso d’inferiorità). Era una squadra di Sarri o di Conte? Cosa aveva disegnato Sarri sulla lavagna? Forse nemmeno Conte se la sarebbe giocata così, aspettando l’inevitabile. Lo scorso anno infatti Conte provò a misurarsi alla pari e perse. Sarri ha deciso che non gliene sarebbe importato nulla delle figuracce. Doveva soltanto prendere atto della situazione: “Non siamo alla pari…”.

Sapeva di un Chelsea in leggera crisi, peraltro da lui prevista. Hazard è sotto tono, non segna da 11 partite (Belgio incluso). Addirittura, per un miscuglio di modestia (falsa?) e timore, Sarri aveva deciso di rinunciare al centravanti. Si era portato Giroud in panchina e aveva lasciato a casa Morata. Lo stesso aveva pensato Pep dall’altra parte: Gabriel Jesus fuori dai titolari, al centro dell’attacco Sterling e poi anche Mahrez (a seconda del vento  tattico). Immerso nel suo paradosso, rinnegando il “Sarriball”, pareva che la nuova musa di Stamford Bridge dovesse capitolare da un momento all’altro. Un primo tempo quasi imbarazzante. Da una parte la squadra, dall’altra i pivelli in cui il peggiore era proprio il simbolo del sarrismo, Jorginho. Da una parte lo stremante recupero palla “immediato”, dall’altro solo confusione rassegnata. Poi il colpo che rovescia tutto: alla prima azione “normale” dei Blues, Sane non chiude su Kante che sbatte la palla sotto la traversa. Mai risultato appariva più bugiardo. Tuttavia il campo diceva questo. Il bello del calcio stava premiando i brutti, facendo loro la carità.

Nel secondo tempo il City ha perso smalto e il Chelsea si è limitato a sfruttare la fine dell’ossessione del pressing del City, che non era più così costante e collettivo. E il Chelsea ha raddoppiato. Sarri ha portato a casa una partita che se la rigiocano dieci volte il Chelsea la perde dieci volte. Comunque si disponga. Però stavolta ha vinto. E vincendo ha lasciato la testa della Premier al Liverpool del ritrovato Salah (tripletta nello 0-4 al Bournemouth). Pep dovrà cominciare a riflettere non tanto su quel primo tempo mal sfruttato sotto porta, quanto sull’importanza, in questa fase della stagione di tante partite ravvicinate, dei ripetuti e sovrapposti infortuni: in pochi minuti hanno avuto guai in campo David Silva, Fernandinho e Mahrez. E ai box sono fermi Mendy, Aguero e De Bruyne. Sono i più forti, certo, ma cominciano a essere un po’ pochi…

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