Conte: «Per chi mi ha attaccato al parlamento Ue è stato il canto del cigno. I gilet gialli? Piaccia o meno… – Corriere della Sera

Eppure, quegli insulti hanno materializzato l’immagine di un’Italia accerchiata, isolata dagli alleati storici: nonostante il paradosso per il quale le parole più dure sono state pronunciate da Guy Verhofstadt, il leader liberale e europeista belga che due anni fa aveva trattato a lungo un accordo con i Cinque Stelle per farli entrare nel suo gruppo Alde. Lo spettacolo di martedì ha mostrato quanto tempo, politicamente, sia passato da allora; ma anche soltanto da dicembre, quando Conte riuscì a concludere una mediazione difficile con le istituzioni europee, evitando una procedura di infrazione contro l’Italia a causa della sua manovra economica: esito che sembrava quasi inevitabile. Il dubbio che gli attacchi segnino un logoramento della credibilità di Conte emerge spontaneo. Ma il premier lo scansa. Non avverte i limiti della maggioranza Cinque Stelle-Lega, né le diffidenze diffuse e trasversali che raccoglie; o meglio, le osserva da una prospettiva opposta a quella avversaria. «Semmai, ho visto nella polemica contro di me il tentativo di esorcizzare le novità di cui il mio governo è portatore», sostiene. «Tutti parlano di stabilità finanziaria, meno di stabilità politica e sociale. E si trascura il consenso interno altissimo che la mia maggioranza ha, altri Paesi no. Il premier socialista Pedro Sanchez, in Spagna, sta andando diritto verso il voto anticipato. In Belgio sul fiscal compact c’è stata una crisi di governo».

L’Italia, invece, a sentire Conte, rimarrebbe un’isola di stabilità circondata dall’instabilità altrui. «Nei quaranta minuti del mio intervento ho cercato di far capire lo stato di crisi dell’Unione europea e di indicare le strategie per uscirne. Sono stato critico e costruttivo. Loro, invece, no. Doveva essere la loro vetrina, ma non l’hanno occupata bene». Ascoltandolo, viene spontaneo pensare alle vetrine rotte in queste settimane dai gilet gialli francesi, scelti come interlocutori dal vicepremier grillino Luigi Di Maio: un episodio che ha provocato una crisi diplomatica con la Francia di Emmanuel Macron e il ritiro dell’ambasciatore a Roma. La telefonata di due giorni fa tra il capo dello Stato, Sergio Mattarella, e Macron, sembra avere ricucito i rapporti. «Il presidente Mattarella come sempre si è mosso molto bene. D’altronde, non pensavo che la polemica potesse protrarsi a lungo».

Difficile fargli ammettere che Di Maio ha commesso un errore vedendo i rappresentanti della protesta francese. «Più che di errore, parlerei di divergenza su un episodio. Sarebbe stato un errore se Di Maio si fosse mosso nel suo ruolo di governo», è la tesi di Conte. «È andato come leader del M5S. Anche quando l’ungherese Viktor Orban di recente è venuto a incontrare il vicepremier leghista Matteo Salvini, è stato un incontro politico, tra leader di partito, e si è svolto a Milano». Imperterrito, seguendo un ragionamento che sembra impossibile scalfire, il premier aggiunge che i «gilet gialli, per quanto in modo confuso e a volte sbagliato, cercano di interpretare quanto di muovo si sta muovendo nella società francese, che piaccia o no. A Strasburgo, invece, ho visto riaffiorare la vecchia politica».

Perfino sulla linea tenuta da Palazzo Chigi sul Venezuela di Nicolàs Maduro, Conte rivendica coerenza. «Lo ripeto: non lo abbiamo mai appoggiato. D’altronde, come risulta dalla lettera di Papa Francesco pubblicata dal Corriere, se le elezioni non sono credibili né democratiche, il discorso finisce lì. Maduro non può pensare che si assecondi una deriva del genere. E, se permette, anche noi siamo stati sempre chiari».

E i toni antiamericani di un esponente dei Cinque Stelle come Alessandro Di Battista? I suoi attacchi all’Europa, colpevole di appoggiare il presidente dell’Assemblea legislativa, Juan Guaidò? «Di Battista», è la replica di Conte, «non ha un ruolo di governo. E le sue posizioni non lo rispecchiano. E, ripeto, non siamo isolati. Solo che non possiamo incoronare Guaidò adesso. Altrimenti dovremmo fare la voce grossa, spedire ultimatum, dare gli otto giorni che poi diventano nove, dieci, undici. E l’opzione militare non è percorribile. Vogliamo arrivare a elezioni libere in modo diverso. Per facilitarle e affrettarle. Maduro da me non può certo sentirsi appoggiato». Viene spontaneo chiedere a Conte se sarà candidato alle Europee dei Cinque Stelle, magari per risollevare le percentuali declinanti del Movimento. «Rispondo con un sorriso», dice. «Faccio il premier, non il candidato europeo. Non mi è stato proposto e non ho dovuto rifiutare niente». Resta, di fronte al suo ottimismo inguaribile, il quadro buio delle previsioni economiche, confermato da Bankitalia. «Capitolo complesso», risponde, evasivo. «Meglio parlarne in un’altra occasione».

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