Gabriella Pession: «La porta rossa non ha niente da invidiare alle serie Usa»

Dopo il successo della prima stagione, che ha fatto registrare una media di oltre tre milioni di telespettatori con più del 13% di share, il 13 febbraio torna su RaiDue La porta rossa. Ricominciano, dunque, le indagini del commissario Cagliostro, che interpretato da Lino Guanciale è rimasto nel mondo dei vivi anche dopo la sua morte, affiancato dalla moglie Anna, a cui presta il volto Gabriella Pession. «La narrazione riprende le fila della prima stagione, con trame molto intense, nuovi protagonisti e una figlia in più per noi due. Tutto si complica ancora di più», racconta a LetteraDonna l’attrice nativa di Daytona Beach, evitando anche il minimo spoiler. Qualcosa traspare però: è davvero innamorata del suo ruolo e di questa serie tivù, arrivata in un momento della sua carriera che, ci spiega, è davvero denso di soddisfazioni.

DOMANDA: Lino Guanciale nella serie interpreta un fantasma. Lei crede nell’aldilà?
RISPOSTA:
Ho una mia dimensione spirituale, a prescindere dalla religione. Credo che ci sia qualcosa e cerco di coltivare questa convinzione in modo personale. Da questo punto di vista trovo la serie molto profonda e commovente, perché lascia questa speranza, che esista insomma una congiunzione tra chi vive ancora e chi non c’è più.

La serie parla del confine tra vita e morte, in una città di confine appunto come Trieste.
La nostra Trieste è notturna, piovosa, misteriosa e con un’aura di solitudine. È di fatto protagonista della serie assieme alla colonna sonora. La città viene raccontata con grande amore dal regista Carmine Elina, che ha voluto renderle omaggio raccontandola nella sua contraddittorietà, dal vento gelido d’inverno al sole cocente d’estate. La gru Ursus, da dove Cagliostro guarda Trieste dall’alto, è addirittura diventata un’icona della città.

Qual è il punto di forza de La porta rossa?
In questa serie ogni ingrediente gioca all’identità di un progetto narrativo che è innovativo, moderno, con una chiave drammaturgica e con dei personaggi che si muovono in territori non usuali per l’Italia e assolutamente non stereotipati.

La porta rossa è la dimostrazione che si può fare un ottimo prodotto anche con un budget limitato rispetto, ad esempio, alle serie statunitensi?
Innanzitutto negli Stati Uniti c’è un’immensa linea generalista, che comprende anche prodotti davvero bassi. Più soldi non significa necessariamente più qualità. Dal punto di vista intellettuale, anzi, le serie europee sono persino più valide di quelle americane, perché hanno contenuti più interessanti. Noi italiani, poi, quando vogliamo lavorare di gruppo sappiamo fare cose eccelse, seppur con budget ridotti. Peccato che a volte ci sia troppo individualismo.

Un’attrice come lei che serie guarda?
Ho amato molto The End of the F***ing World. E poi Peaky Blinders, ma anche The Bridge, sia la serie originale danese che quella americana. Sono un’appassionata di cronaca nera, proprio come Carlo Lucarelli che insieme a Giampiero Rigosi è lo sceneggiatore de La porta rossa: dunque guardo molti docu-crime. Mi è piaciuto poi molto Wild Wild Country, il documentario su Osho.