Ecco perché il Pil è stupido e obsoleto (lo ha capito pure la Cina)

Economisti a parte, a pochi interessa sapere come si calcola il prodotto interno lordo. L’idea vaga è che se cresce, i politici sono bravi, l’economia funziona e siamo tutti più felici. Se diminuisce, il Governo è incapace, l’economia è un disastro e prima o poi arriverà l’apocalisse. Ogni mese i giornali di tutto il mondo pubblicano i dati sul Pil per giudicare lo stato di salute della loro economia. Perché è un dato semplice, un numero intero che tiene dentro un po’ tutto. E se fosse troppo riduttivo? A chiederselo non è un no global né un anarchico anticapitalista ma un giornalista del Financial Times, uno dei più autorevoli giornali economici al mondo. David Pilling ne “L’illusione della crescita” (Il Saggiatore), in libreria dal 28 febbraio non si limita a criticare il Pil, spiegando perché è un metro di misurazione obsoleto, ma offre anche alternative concrete, immediatamente applicabili.

Pilling, perché il Pil è un’illusione?
Perché misura tutto ciò che viene prodotto: cose buone e cose cattive, non fa alcuna differenza. Macchine che inquinano, armi che uccidono, bottiglie di alcool che creano dipendenza. Più ce n’è, meglio è. Basta aggiungere cose, non importa quali, per far sembrare le nostre economie migliori. Il Pil misura efficacemente la quantità ma malissimo la qualità. È utilissimo per calcolare la produzione di materiale, ma è pessimo per misurare i servizi che ora rappresentano oltre il 70% della produzione economica dei Paesi più avanzati. La verità è che dovremmo trattare i Paesi come un’azienda e invece ci facciamo fregare da un +1 o -1%.

Uno Stato non può essere paragonato a un’azienda.
Vero, ma se vi chiedessero di investire diecimila euro in una società che l’anno scorso ha realizzato dieci milioni di dollari non vi fermereste certo al fatturato. Perché vi servirebbero più informazioni per fidarvi. Qualsiasi investitore chiederebbe quanti lavoratori ha quell’azienda, quanto sono vecchi i macchinari, quanto è competente e aggiornata la forza lavoro. Non capisco perché chi compra btp o bund non pretenda la stessa cosa da uno Stato e si accontenti. Perché il Pil annuale ci dice solo quanto flusso di denaro è uscito da quella economia in un dato anno, non sappiamo nulla sul suo bilancio. E soprattutto non sappiamo se quel Paese avrà un’economia sostenibile in futuro.

Perché dovremmo saperlo?
Per prevedere eventuali disastri. Facciamo un esempio: l’Arabia Saudita basa tutta la sua economia sulla produzione di petrolio. Più scava, più avrà un PIL eccellente e tutto ciò è fantastico fino al giorno in cui però le risorse finiranno. E se non avrà trasformato i guadagni derivanti dal petrolio in altri investimenti puntando sulle università, sulle nuove tecnologie, o su una forza lavoro specializzata in altri campi si ritroverà con un’economia ferma e fallita. Questo perché si è accontentata del fatto che la sua economia è cresciuta guardando solo al Pil e non ad altri indicatori. Il problema è che siamo abituati così da decenni.

Per colpa di chi?
Simon Kuznets, un economista bielorusso emigrato negli Stati Uniti dove lavorò per il Governo. All’epoca non esisteva una metodologia sistematica per tracciare un quadro accurato dell’economia nazionale, si studiavano dati approssimativi come i carichi dei vagoni merci. Franklin Delano Roosevelt, eletto nel 1932 voleva un dato per capire come risollevare gli Stati Uniti dopo la Grande depressione del 1929. E Kuznets con un piccolo staff di otto persone girò per tutto il Paese chiedendo agli agricoltori e gli industriali cosa e quanto avevano prodotto e i materiali usati per farlo. Così nacque il Pil. Dagli anni Trenta non è cambiato molto. Ancora oggi,il Pil estrapola i dati delle inchieste senza fare una sintesi.

Abbiamo capito, il Pil è sporco, brutto e cattivo. Ma ci sono delle alternative?
Prima un’alternativa di metodo: dobbiamo disaggregare il PIL e imparare a guardare in profondità i numeri. Ci sono tanti esempi. Partiamo dall’Italia: esiste il coefficiente Gini (inventato dall’economista Gini nel 1912, ndr) che calcola approssimativamente la diseguaglianza in una scala da 0 a 100. Zero è una società in perfetta uguaglianza dove tutti guadagnano la stessa cosa, cento in cui una persona sola guadagna tutto. Un ottimo modo per calcolare il benessere di una società. Per esempio le società svedesi hanno un coefficiente sotto al 30, il Sud Africa sopra il 60.

Non mi dica che c’è solo questo.
No, un altro che preferisco è il reddito mediano. A differenza della media dove si prende il totale e lo si divide per il numero di persone, la mediana prende la famiglia in mezzo alla “fila” tra ricchissimi e poverissimi, e dà un’idea di come vive la persona tipica. Mi piace come misura perché non dice quanto la famiglia media produce per l’economia, ma quanto guadagna. Quindi quanto lo Stato fa per la famiglia. Immaginate la prospettiva per i politici: i cittadini non chiederebbero al Governo di aumentare il Pil del 2%, ma di aumentare il reddito familiare medio di qualche centinaio d’euro. Uno è una percentuale lontana, l’altro un dato concreto e comprensibile per chiunque. Oppure il dato sull’aspettativa di vita che mette in luce tante contraddizioni.

Quali?
Gli Stati Uniti hanno il quadruplo del Pil del Giappone. Ma se guardiamo all’aspettativa di vita, i giapponesi sono il popolo più longevo mentre lo stesso dato negli Stati Uniti sta calando dalla fine degli anni Novanta. Quali dei due dati conta di più per calcolare la felicità di una persona? Anne Case e Angus Deaton hanno calcolato che a partire dal 1999 negli Stati Uniti ci sono state tantissime morti premature di maschi bianchi della classe operaia per suicidi, avvelenamento da alcol e droghe o malattie epatiche croniche. Tutto questo nonostante l’economia statunitense cresca sempre di più. Ci eccitiamo se il nostro PIL è salito del 3 per cento, ma non sembra preoccuparci troppo il fatto che potremmo sicuramente morire prima che in altri Stati. Così come poco ci importa di misurare i danni che stiamo facendo all’ambiente.

In realtà siamo pieni di misure sulla produzione di emissioni di CO2, soprattutto nelle ultime settimane, da quando si è risvegliata una coscienza “verde”.
Sì, sono a nostra disposizione, ma gli economisti non le prendono sul serio per definire la sostenibilità e gli obiettivi di un’economia. Non a caso gli Stati Uniti vogliono uscire dagli accordi della Cop21 di Parigi.