Tifoso muore sugli spalti mentre i supporter avversari gli cantano “Devi morire”

E’ successo ieri durante l’anticipo di campionato disputatosi tra Cagliari e Fiorentina alla “Sardegna Arena”: Daniele Atzori, tifoso sardo 45enne, verso la fine della partita si accascia sul proprio posto della curva sud, colpito da un infarto fulminante. Inutile il tempestivo intervento del 118. L’uomo si spegnerà dopo 45 minuti di tentata rianimazione.

Mentre i soccoritori fanno del proprio meglio per salvargli la vita, dal settore ospiti si leva il coro “Devi morire”.

Inutile sottolineare quanto ciò sia vergognoso, ma, piuttosto, sarebbe meglio riavvolgere il nastro di un’oretta: al minuto tredici, come di consueto nelle ultime settimane, il gioco si è interrotto in onore del defunto Davide Astori, ex cagliari e compianto capitano viola.

L’iniziativa che, secondo i più, avrebbe restituito al calcio la connotazione che meglio gli si addice, cioè di sport di fratellanza e aggregazione, non ha fatto altro che dare ulteriore risalto all’ipocrisia che caratterizza il Bel Paese.

Sembra paradossale, ma, invece, l’Italia, in negativo, ci ha insegnato a non sorprenderci mai: com’è possibile che dopo aver celebrato la memoria di un uomo, dopo poco più di un’ora, se ne sbeffeggi un altro che rischia la vita?

Il dramma umano consumatosi ieri in quel di Cagliari, quindi, è stato la grottesca apoteosi del tifoso “arrabbiato”, che ha un pallone a dividere le orecchie, non una testa pensante.

L’iniziativa in onore di Davide Astori, dunque, si è rivelata essere un totale fallimento. Eppure, quel maledetto 4 marzo in cui il capitano viola ci ha lasciati, sembrava che, dopo tanto tempo, finalmente il calcio fosse tornato ad unire gli animi.

E invece no. Il football si conferma essere il mezzo attraverso cui le masse dementi sfogano i propri istinti animaleschi. Di chi è la colpa di tutto ciò?

Anzitutto nostra: forse diamo troppa importanza a quello che è, in fin dei conti, solo uno sport, cui non dovremmo permettere di trascendere la nostra natura.

Ciò che, però, ha incattivito ulteriormente gli animi in materia di pallone è lo sproporzionato giro di denaro che vi è dietro: non si può intendere il calcio in maniera genuina quando si sa che in campo, prima che 22 atleti, scendono tante aziende, con i loro business.

Nel paese dove “aspettare i ragazzi all’aeroporto” è più importante che scendere in piazza per i propri diritti, un avvenimento sconcertante come quello di cui abbiamo parlato, purtroppo, non è una novità; tra morti, agguati militari e feriti, ormai, ci abbiamo fatto il callo.

Sono ancora fresche nella nostra memoria le immagini degli scontri pre Inter – Napoli o della morte di Ciro Esposito, ma non abbiamo imparato nulla.

Più conosco gli uomini e più amo gli animali”, così diceva Madame De Stael: aveva ragione!